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50°scomparsa di E. Vittorini: due articoli di Enzo Papa.

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50°scomparsa di E. Vittorini: due articoli di Enzo Papa.

Oggi  12 febbraio 2016, ricorrendo  il 50° della scomparsa di Elio Vittorini,

 pubblichiamo due articoli di Enzo Papa.

VITTORINI IN PRIGIONE

nel ricordo di Salvatore Di Benedetto

                                                                         di  Enzo Papa

Elio Vittorini (1908-1966)

Elio Vittorini (1908-1966)

Si sa che nel 1943 Elio Vittorini venne arrestato, insieme a Giansiro Ferrata e a Salvatore Di Benedetto, e portato in carcere. Era il 26 luglio, il giorno successivo alla caduta di Mussolini. Vittorini ne fa un breve, laconico cenno, seppur impreciso, né se ne trova corretta informazione tra i suoi biografi; ne accenna anche il suo più autorevole biografo, Raffaele Crovi, che di Vittorini fu assistente, nelle pagine 212 e 213 della biografia critica “Il  lungo viaggio di Vittorini”; ma riportando le testimonianze imprecise e un po’ lacunose di Anna Gentili e di Pietro Ingrao che parteciparono alla manifestazione di rivolta del giorno 25 che culminò il giorno dopo con l’arresto. Ma come andarono veramente le cose?

A me ne parlò con dovizia di particolari, un paio d’anni prima di morire, proprio Salvatore Di Benedetto, detto Totò, il “capo” della cellula comunista milanese, amico di Vittorini, con cui condivise la malsanìa e le gravezze di quel terribile periodo e il carcere.

Di Benedetto, che da tempo, dopo il confino di Ventotene e i lavori forzati in Africa viveva a Milano e faceva la spola con la Sicilia (era di Raffadali, dove poi fu sindaco per oltre un quarto di secolo, ma anche deputato per tre legislature), aveva conosciuto Vittorini presso la casa editrice Bompiani nelle cui vicinanze, a Porta Nuova, aveva la casa, punto di riferimento del fronte clandestino e dove incontrò per la prima volta ed ospitò il ventottenne Pietro Ingrao, ricercato dalla polizia. Nel giugno di quell’anno a Vittorini venne affidato il compito di portare in Sicilia un manifesto-appello alla rivolta, nell’imminenza dello sbarco alleato, scritto da Di Benedetto e stampato clandestinamente in casa di Albe Steiner, che poi sarà il grafico della rivista “Il Politecnico”. Vittorini venne scelto da Di Benedetto sia perché siciliano che conosceva bene la Sicilia, sia perché nel suo romanzo  “Conversazione in Sicilia” aveva avvertito come nessuno mai il dolore e la sofferenza della sua terra. Egli venne in Sicilia, ufficialmente per visitare a Siracusa la madre malata, invece per incontrare i capi comunisti dell’antifascismo siciliano i cui recapiti segreti gli vennero forniti da Di Benedetto. Era già di ritorno nei primi di luglio se, come ebbe a dirmi Di Benedetto,  si trovavano  insieme nella sede della Bompiani, che era una sorta di laboratorio politico, quando sentirono alla radio dello sbarco degli Alleati in Sicilia.

Il comizio del 26 luglio con Pietro Ingrao al microfono.

Il comizio del 26 luglio con Pietro Ingrao al microfono.

Ma fu la notte del 25 luglio che le cose precipitarono improvvisamente. Di Benedetto si era trasferito in una casa di via Vallazze per nascondersi meglio e fu da lì che vide tumultuare e urlare la folla  nelle strade. Uscito in strada, corse verso la casa di Porta Nuova dov’erano a dormire Pietro Ingrao e i fratelli Impiduglia che, ignari di quanto accadeva, credettero impazzito Di Benedetto che, aperta la finestra, urlava “Abbasso Mussolini, a morte il fascismo”. Poi scesero tutti in strada per unirsi alla folla e per incontrare altri compagni. Ai giardini incontrarono  Elio Vittorini e Giansiro Ferrata già consapevoli degli avvenimenti e tutti insieme si diressero verso piazza dei Mercanti dove già bruciava in un  falò tutto quello che dalle finestre della federazione fascista veniva buttato giù dalla furia devastatrice. Le donne, mi diceva Di Benedetto, erano soprattutto le donne a trascinare gli uomini; ciò faceva impressione  ed era un fatto nuovo che entusiasmava ancor più. Si pensò che bisognava organizzare la folla, evitare la dispersione e organizzare un comizio per il giorno dopo.

Nella sede della Bompiani vennero raggiunti da  Raffaellino De Grada,  Treccani, Arcuno, Viviani e il giornalista di Noto Corrado De Vita che lavorava al Corriere della Sera dove clandestinamente faceva comporre ai linotypisti i manifesti e i volantini. Fu Vittorini  ad organizzare il famoso comizio, il primo comizio comunista subito dopo la caduta del Fascismo, che si doveva tenere il pomeriggio del giorno dopo a Porta Venezia; fu egli a ordinare un furgoncino della Bompiani con microfono e altoparlanti.

Salvatore Di Benedetto (1911-2006)

Salv.re Di Benedetto (1911-2006)

Così, nel primo pomeriggio del 26, Di Benedetto, Vittorini Ferrata, Ingrao, i fratelli Impiduglia e tutti gli altri, alla guida di una folla enorme che via via s’ingrossava, passarono davanti al carcere di San Vittore urlando e invocando la liberazione dei prigionieri politici, e giunsero a Porta Venezia dove arrivò anche il furgoncino. Dopo qualche indecisione su come e cosa dire, si stabilì che a parlare sarebbe stato Pietro Ingrao che, montato sul furgoncino insieme ad altri, fece un bellissimo discorso sulla pace e sulla necessaria rottura dell’alleanza con i tedeschi. Dal viale in fondo arrivarono due autoblindo, zigzagando per disperdere la folla, ma alcune ragazze riuscirono a fermarle gettando davanti a loro le bandiere  che, ovviamente, non vennero travolte. Quando tutto finì e la folla si disperse, la trionfante masnada si riunì nella casa di Vittorini, in via Borgospesso, per redigere una  nuova copia de “L’Unità”, che Corrado De Vita avrebbe fatto stampare nella tipografia del “Corriere”. Improvvisamente, però, irruppero i carabinieri e dopo un rapido interrogatorio, arrestarono Vittorini, Ferrata e Di Benedetto, responsabili di aver sobillato la folla e di avere svolto, organizzando il comizio, opera di disfattismo in tempo di guerra. A nulla valse far capire che, caduto il fascismo, cadevano le sue leggi e le sue regole.

Alla caserma di via Solferino vennero chiusi in una fetida camera di sicurezza e il giorno dopo vennero portati in manette a San Vittore. Ma qui non poterono essere aggregati perché era in corso una sparatoria tra i detenuti insorti e i soldati e dopo una seconda sosta nella caserma di via Solferino vennero condotti al carcere di Varese e rinchiusi in una strettissima cella quasi a contatto tra di loro. Di Benedetto ricordava che più di tutti si affliggeva Vittorini che stava male, accusava dolore al fegato e intanto raccontava della sua vita, del suo periodo fiorentino, del suo precoce matrimonio con una ragazza più vecchia di lui di tre anni, dei suoi due figli, dei suoi genitori a Siracusa. Aveva discussioni accese con Ferrata, discutevano di tante cose, spesso con diversi punti di vista, quasi un pacato litigio. Di Benedetto evitava di intromettersi specialmente quando parlavano di Ginetta Varisco che era ancora moglie di   Ferrata  e intanto stava già con Vittorini che nella discussione appariva piuttosto remissivo e soccombente.

Giansiro Ferrata (1907-1986)

Giansiro Ferrata (1907-1986)

Poi, un giorno, vennero a prelevarli e a portarli nei sotterranei del palazzo di giustizia di Milano per essere sottoposti a giudizio. Di Benedetto ricorda quel luogo come una bolgia infernale, una fila di celle con la sola grata di ferro tra l’una e l’altra, fetido, puzzolente di piscio, traboccante di ladri, prostitute, mendicanti, uomini e donne di ogni età, detenuti politici, operai scioperanti. Tutti dovevano subire l’interrogatorio dei militari in un improvvisato tribunale, spesso con un certo imbarazzo degli uni e degli altri quando qualcuno faceva notare che il fascismo era  caduto e le sue leggi non avevano più valore. Vittorini, Ferrata e Di Benedetto, mai interrogati, assistettero per giorni dalla loro cella agli interrogatori. Dormivano, si fa per dire, a terra, su fogli di giornale. Il tanfo era insopportabile. La notte venivano spente le luci e la bolgia, piombata nell’ abisso del buio, risuonava di urla, bestemmie, minacce, pianti, grida strazianti. Fuori, ad intervalli, l’urlo delle sirene, il rombo degli aerei, fiammate di luce azzurra fin dentro le celle. Milano veniva bombardata. Per diverse notti l’incubo che anche il palazzo di giustizia venisse bombardato e potessero restare sotto le macerie chiusi nelle loro celle, rendeva tutti muti e silenziosi. Ciascuno stava rannicchiato con  le ginocchia tra le braccia, temendo ormai imminente la fine. Ma un mattino vennero dei soldati ad aprire le celle dei detenuti politici ed essi si ritrovarono fuori all’aria aperta tra le macerie di una città sconvolta e distrutta.

Di Benedetto mi raccontò che vide l’ultima volta Vittorini qualche tempo dopo in  una villetta, insieme a Ginetta Varisco, sul Sacro Monte vicino Varese. Aveva stampato in unico foglio un giornale scritto tutto da lui, titolato “Il Partigiano” e voleva che, prima della distribuzione, Di Benedetto lo portasse all’approvazione del partito. Cosa che egli fece, ma Luigi Longo lo bocciò senza remissione e quando Di Benedetto riportò il giornale a Vittorini, questi, senza esprimere alcun commento, una per una bruciò nel caminetto tutte le copie.

Enzo Papa

  NOTA BENE: Questo articolo è stato pubblicato il 23 Gennaio 2016

da LA SICILIA di Catania, da cui è liberamente tratto.

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Per il cinquantenario della morte di Elio Vittorini

SIRACUSA, CITTA’ INGRATA!

di Enzo Papa

Elio Vittorini (1908-1966)

Elio Vittorini (1908-1966)

L’avvicinarsi del cinquantesimo anniversario della morte di Elio Vittorini (12 febbraio 1966), mi costringe a fare una riflessione sui rapporti che la nostra città, che gli ha dato i natali, ha avuto ed ha con la sua memoria. E’ vero che egli nutrì un rapporto di odio e amore verso Siracusa, come ebbe a dire il figlio Demetrio, ma è pur vero che con “Il garofano rosso” Siracusa entrò nella letteratura, non solo italiana, dal portone principale. Probabilmente, dopo Archimede, e senza togliere lustro ad altri, Vittorini appare come il suo figlio più illustre: “Ah, you are from Syracuse, Vittorini’s home town” mi son sentito dire da un amico americano; di Vittorini e non di Archimede. Insomma, a  cinquant’anni dalla morte il nome di Vittorini resta tuttavia legato a Siracusa. Ma Siracusa cosa ha fatto e fa per mantenere vivo il legame con il suo illustre figlio? Provo a rispondere.

La targa di casa Vittorini a Siracusa

La targa di casa Vittorini a Siracusa

A mia memoria, in questi cinquant’anni è stato organizzato un solo serio e importante convegno di studi, nel dicembre 1983; aveva titolo “Vittorini ed oltre. Scrivere la Sicilia”. Facevo parte del Comitato Scientifico insieme a Natale Tedesco, Antonio Di Grado e Giuseppe Savoca. A quel convegno, cui seguì la pubblicazione degli atti, parteciparono scrittori, storici e critici letterari di mezza Italia. Un convegno come una pietra miliare. Fu in quella occasione che venne posta sulla casa natale di Vittorini, alla Mastrarua, una lapide commemorativa che oggi è in degrado, non curata e quasi illeggibile. Una casa che, si diceva, doveva essere acquisita e utilizzata come museo vittoriniano; si diceva, ma, ovviamente, non se ne fece nulla. Come nulla di più si fece, e passò nel dimenticatoio, il progettato e forse appena appena avviato, “Parco letterario Vittorini”; svanito come una bolla d’aria.

La targa in casa di Elio Vittorini a Siracusa

La targa in casa di Elio Vittorini in Via Gorizia a Milano

Ebbene, quel convegno venne promosso e organizzato dall’ avv. Bernardo Giuliano,  Presidente pro tempore della Provincia Regionale in collaborazione col Sindaco del tempo Dott. Aldo Salvo. Bei tempi, si potrebbe dire. O altri tempi. E poi?  Poi più nulla. A parte il Premio di narrativa a Vittorini intestato. Nato nel 1996, per il trentennale della morte, per volontà dell’Avv.  e dell’editore Arnaldo Lombardi, il Premio Vittorini ha avuto diciotto felicissime edizioni, anzi l’ultima è abortita perché non sono stati pagati i vincitori. Un fiore all’occhiello della città appassito per noncuranza, per stupidità,  pur essendo diventato, assieme allo “Strega” e al “Campiello” uno dei premi più ambiti della nazione. Mai, a memoria d’uomo, si era visto, nelle ultime edizioni al teatro greco, un pubblico di oltre cinquemila persone assistere alla cerimonia di consegna dei premi. Ma è questa veramente una città d’arte e di cultura? Questi non sono delitti contro la dignità e l’immagine della nostra Siracusa? Altro che Città d’arte e di cultura! Come poteva pretendere, lo scorso anno, di diventare capitale europea della cultura? Qualcuno non dovrà pagare per così ingenti danni alla nostra cultura?

Prima del suo dissolvimento, la Provincia Regionale  acquistò la biblioteca di Sebastiano Vittorini, roba in fondo assai modesta, di rassegnata tristezza, che non interessa più di tanto, ma gli omini di scarsa furbizia si lasciarono sfuggire, per cecità, per insipienza, per sublime indifferenza, non certo per motivi economici, il “Fondo Vittorini”, cioè l’archivio personale dello scrittore comprendente manoscritti, dattiloscritti, documenti di lavoro, corrispondenza, un fondo di 720 fascicoli raggruppati in dieci serie, nonché i libri della biblioteca personale di oltre 400 libri, riviste, quotidiani e rotocalchi.

Siracusa: la targa sotto il balcone della Casa di Vittorini.

Siracusa: la Casa di  Elio Vittorini

Il Fondo Vittorini nel 2012, come dire tre anni fa, è stato acquisito dal Centro Apice dell’Università degli Studi di Milano, con contratto di comodato col figlio Demetrio nel 2010 e adesso, rapidamente e intelligentemente inventariato, è patrimonio consultabile dagli studiosi anche on line. Demetrio Vittorini venne a presenziare l’inaugurazione della biblioteca del nonno Sebastiano nei locali di via Brenta, ma nessuno, evidentemente, gli chiese di portare a Siracusa l’archivio del padre, le vere, autentiche reliquie del suo operato. Così preferì Milano a Siracusa. E forse non aveva tutti i torti, considerando la fine che fanno i lasciti ai Comuni, come a Siracusa è avvenuto con l’eredità della signorina Reimann.

A Milano, la città di adozione, si stanno organizzando manifestazioni ed eventi vittoriniani, tra cui il convegno promosso dall’Università Cattolica (19-20 febbraio) organizzato dallo scrittore Giuseppe Lupo, vincitore di un’edizione del nostro premio letterario. Ma l’ingrata Siracusa, la vanagloriosa nostra città, che farà? La solita conferenzina o farà rinverdire il Premio Vittorini? Che almeno dia una rinfrescata alla lapide della casa Natale. Cosa che, in extremis, potrebbe fare anche un privato cittadino.

Enzo Papa

 NOTA BENEQuesto articolo è stato pubblicato il 9 Febbraio 2016

da LA SICILIA di Catania, da cui è liberamente tratto.

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