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“L’odore del Tempo”: poesie di Angelo Fortuna.

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“L’odore del Tempo”: poesie di Angelo Fortuna.

Pubblichiamo  la bella Presentazione di Corrado Di Pietro alla poesie che Angelo Fortuna

ha recentemente pubblicato con l’editore Carlo Morrone di Siracusa, facendo seguire una vera e propria

” pagina d’Arte” del Poeta sulla sua concezione della Poesia come

  “ Zagara odorosa nella notte chiara / Dolce e lento risonar dell’onda / Che si frange sull’oro della spiaggia.”

Ci riserviamo di pubblicare  un’ ampia scelta di queste poesie subito dopo la presentazione al pubblico dell’opera.  Biagio Iacono

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ODORE TEMPO cop di A. FORTUNA

“ L’ODORE DEL TEMPO”: poesie di ANGELO FORTUNA, Carlo Morrone Editore, Siracusa.

Presentazione  di  Corrado Di Pietro

 Gente strana, gli scrittori! Passano quasi l’intera vita a pubblicare romanzi, racconti, saggi, articoli sui giornali e poi, chissà per quale motivo, prelevano dal cassetto un vecchio quaderno di poesie, le trascrivono al computer, le leggono e rileggono cento volte per controllare punteggiatura, ortografia, lessico e stile e infine le dimenticano di nuovo nella profonda memoria del PC. Quando si sentono un po’ più tristi o più afflitti le riprendono, le rileggono, forse per trovare conforto o sfogo o magari per vedere se sono del tutto passate di moda, e quindi le rimettono dov’erano. Arriva per tutti però un giorno in cui si prende il coraggio in mano e questi scrittori, così audaci nel proporre la propria narrativa ma così timidi nel divulgare le proprie poesie, decidono di farle leggere a qualche amico poeta, solo per un parere. Così sono giunte a me queste liriche di Angelo Fortuna, ritenendomi egli, con molta larghezza di considerazione, un poeta o qualcosa di simile. Non sapevo nulla di questa sua intima passione ma so, per lunga esperienza, che non c’è scrittore al mondo che non si sia mai cimentato con i versi; non lo so se per vezzo o per bisogno ma so che la poesia è come un’amante che si tiene nascosta, nel profondo del cuore o come un sogno puro che si accarezza ogni notte.

Così Angelo Fortuna, noto intellettuale siciliano, raffinatissimo scrittore di saggi su Mariannina Coffa, su Lourdes, su Cassone, fertile narratore di novelle e racconti impregnati di un realismo nostalgico e attento commentatore della dottrina e della cultura cristiane su giornali e riviste di ogni genere, dirigente scolastico di prim’ordine e grande conferenziere prende il suo sogno nascosto, la poesia, e lo fa conoscere al pubblico. Si tratta di componimenti scritti in un lungo arco di tempo, nelle pieghe dei suoi tanti impegni letterari e professionali.  Circa sessanta liriche divise in quattro sezioni: la prima, “L’odore del tempo”, racchiude la parte più corposa del libro con poesie di vario genere; la seconda, “Il sole nero che trafigge il cuore” è dedicata alla geografia sentimentale del territorio del poeta; la terza, “L’onda che già t’accolse nel suo seno” è una piccola antologia di occasioni e dediche, la quarta, “Stella risplendente del mattino”, appartiene alla sfera più intima del poeta, legata all’affettività familiare. Questo breve percorso che va dall’esterno verso l’interno, da una concezione del mondo a una visione degli affetti familiari ci introduce in modo singolare alla poetica del poeta netino, anche se avolese di nascita.

L’odore del tempo

Questa poetica ci dà una chiave di lettura già nella prima poesia, quella di apertura che dà il titolo alla raccolta: Odore del tempo. Nuvole bigie all’orizzonte, / Mare di pece, pioggia sottile. / Crepuscolo. / Odore di terra alle narici, / Gabbiani pensosi sulla spiaggia. / Scarpe inzuppate di fango, / Un fuoco attizzato sulla via, / Le livide labbra d’una donna, / Un bimbo smarrito, seminudo, / Occhi rivolti all’orizzonte vuoto, / Contadini che tornano dai campi. / Effluvi di cena fumante sulla tavola, / Porte che si chiudono in silenzio, / Bisbigli. Odore del tempo. / La sera. È il tipico procedimento stilistico per accumulo di immagini, come illuminazioni che si presentano alla memoria fra le nuvole del tempo. Il paesaggio evocato è quello del paese di origine, di stampo contadino, lento e quasi statico, come un quadro appeso al muro, dove tutto è ovattato. È il tempo della memoria e della nostalgia ma anche dell’appartenenza e dell’identità. L’odore di quel tempo ci è rimasto nelle narici, lo sentiamo ancora nei ricordi, lo riscopriamo nei pensieri e negli affetti: è la dimensione dell’essere, della vita vissuta nella pienezza dei giorni. Fortuna userà costantemente sia questo procedimento stilistico sia questa visionarietà memoriale; via via che il mondo gli si presenta davanti agli occhi le sue considerazioni sociali e filosofiche, morali e religiose, si confronteranno sempre con gli archetipi antropologici del suo intimo paesaggio.

Una seconda chiave di lettura la possiamo rintracciare nella poesia “Passi nella tempesta. ”… Affossato tra ruvide coperte, / Sotto la morsa d’ancestrale angoscia, / Il volto tremulo sotto il guanciale, / Il fanciullo ascolta l’orrido ululato. / …Crepe tra le travi, tonfi d’oltretomba, / Lamenti di defunti, affanno del respiro. / … D’incanto svanisce ogni paura, / Scende la calma delle notti chiare: / Il sonno avvolge la creatura ansante: / È sordo il ringhio dei mostri proteiformi.” È palese in questi versi l’atteggiamento positivo del poeta verso la vita: la fede di Angelo Fortuna, intrisa di un autentico cristianesimo escatologico, ci annuncia sempre una resurrezione, un superamento dell’orrida tempesta dei giorni tristi, ci indica la possibilità di una lietezza che prima o poi arriverà. Tutto il pensiero di Fortuna ci parla di speranza e di fiducia, perché la presenza del Cristo nella storia individuale e collettiva ha questa funzione di consolazione e liberazione. È questo, intimamente, il connotato più religioso di una poetica semplice e meditata, mai dubbiosa o nichilista, mai priva di un afflato spirituale.

Il creato, la natura, gli affetti, l’infanzia, gli ambienti fanciulleschi, altro non sono che isole di felicità in cui l’uomo percorre tutti i sentieri, si nutre di tutti i frutti, beve a tutte le fontane; così carico di vita potrà attraversare gli altri territori della maturità e della vecchiaia, sapendo che quando svanisce ogni paura, scende la calma delle notti chiare.

 Il sole nero che trafigge il cuore

ODORE TEMPO IV cop    Questa seconda sezione parla di luoghi (Ortigia, la Sicilia, Piazza Pancali, Vendicari, ecc.); in ognuno di questi luoghi, che poi sono le coordinate geografiche e affettive del poeta, s’intrecciano due piani emozionali: la bellezza dei posti e la sofferenza per un ricordo doloroso. In Sicilia, Sicilia, che si dispiega sul ritmo d’un solenne endecasillabo, il piano geografico e territoriale, nella sua struggente bellezza cede il posto ai drammi umani dell’emigrazione e della sofferenza. Storia e realtà contingente sono illuminate appena da quel sole nero che trafigge il cuore.  Ma anche in questo caso la visione positiva di Fortuna risale l’abisso della contingenza e da ogni angolo dell’Isola È un appello corale a ritrovare / La profonda essenza dell’umano / Ai confini del cielo oltre le stelle. 

L’onda che già t’accolse nel suo seno

     In terza questa sezione la poesia incontra la vita; incontra la fascinosa danzatrice del ventre, gli occhi della stella di Hollywood, la giovane morta a diciotto anni, lo zio caduto in guerra e tanti altri. Sono poesie dettate dall’ammirazione, dall’affetto, dall’amicizia; tuttavia lo sguardo di Angelo Fortuna non si ferma solo sugli aspetti esteriori del personaggio, né sui pregi morali legati alla loro natura umana, ma c’è sempre un metro più alto con il quale egli confronta la vita di queste persone: è l’assoluto, il senso del sublime e del divino, oppure il sogno e la favola, come accade a Ntoni Sirranu, novello Colapesce dai capelli crespi come gamberi in padella. Forse è questa la sezione in cui si capisce meglio la filosofia del poeta, la sua visione del mondo: la storia di tutti noi, sembra dirci Fortuna, non può essere misurata col metro laico e asettico del materialismo ma l’umanità, con tutto il suo apparato di emozioni e di sensualità, ha una finalità mistica, non so se definirla religiosa, ma certamente spirituale e trascendente. La pesantezza del peccato ci opprime ma la leggerezza della speranza di cieli nuovi ci sostiene nel cammino.  

Stella risplendente del mattino

L’ultima sezione è anche l’approdo finale del poeta. Partito dai vasti territori del pensiero e delle riflessioni morali e sociali, fermatosi per un poco sulle strade dei luoghi della sua più intima geografia, volto lo sguardo alle sensazioni e agli inviti voluttuosi del mondo, Fortuna conclude il suo percorso fra le braccia dei suoi cari: il padre, la madre, la moglie, i nipoti. Non sono poesie di circostanza e in molte si sente una forte partecipazione emotiva, come in Invano e in quelle dedicate ai nipoti. Ma la poetica di Angelo Fortuna trova la sua più intima significazione nel poemetto dedicato alla moglie Clara. C’è una concezione quasi stilnovistica dell’amore e della donna, di quella donna che apparteneva già al mondo sentimentale e spirituale del poeta prima ancora che la ragazza si manifestasse. Poi, cantati, gli anni dell’amore coniugale, con una fluente passione amorosa ricca di aggettivi e di esaltazioni emotive, ecco profilarsi la visione dell’eternità, del gran salto che non potrà essere fatto da solo ma accompagnato ancora e sempre dalla sua amata donna.

Quest’amore, che non ha principio e fine, si veste di una santità appena sfiorata dall’odore della carne e ritorna a quell’odore del tempo dal quale siamo partiti: un tempo infinito, altro, uranico, dove è possibile vivere l’eternità dell’amore. Cosa dire infine sullo stile di questa poesia? Certamente risente d’una concezione classica del verso e della ricerca semantica. La ricchezza e la varietà linguistica (sono numerosi i lacerti latini e inglesi, per non parlare delle composizioni totalmente in francese, lingua prediletta dall’autore) ci fanno subito capire la profonda cultura del poeta, ci ridanno quel gusto d’una classicità che forse avevamo dimenticato, seguendo le tendenze stilistiche moderne. Fortuna è un poeta discorsivo, fluente, poematico; ama l’endecasillabo che sapientemente intercala nei versi sciolti e ricerca  quella suggestione di cadenze che ci ricordano Quasimodo. Molto varia anche la sua tavolozza di immagini, di metafore, di colori portati da una sapiente aggettivazione; qui è la Sicilia che fa da sfondo, con la sua solarità e drammaticità. Ma c’è un poeta in Sicilia che abbia potuto fare a meno di questa dimensione geografica ed esistenziale?

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….COME  ZAGARA ODOROSA….

di  Angelo Fortuna  

La musica che strazia e trafigge il cuore, deprivato da mille misteriose dolcezze, che perfino il sogno non conosce, risuscita le visioni del passato: aspetti, atteggiamenti, voci, espressioni, fisionomie e volti sepolti dal tempo e pur sempre riemergenti, quando il sole dominava le stagioni e nell’atmosfera, lassù oltre le nubi, spaziava la fantasia, annunciatrice di bellezza e verità.

I palpiti affondati nella morbida coltre dell’azzurro, gli smarrimenti dinanzi all’ignoto e al mistero dell’essere, del cosmo, spaurivano il fanciullo cacciatore di assoluto, del bello, del vero, del bene inestimabile, innominabile perché un appellativo lo limiterebbe, oniricamente e fantasticamente interpretato dalla sua anima tenera, sospirosa, leggera, poi sconvolta dal divenire travolgente che lo confinava in solitudine per le vie del mondo.

Il fanciullo ha corso per mille sentieri, a perdifiato e a perdita d’occhio, ha scalato muraglie rocciose scorticandosi le mani, i piedi, le ginocchia, conquistando infine le vette dei monti, ai confini del cielo. Percorrendo le colline ondulate, ha poi divorato pianure sterminate, ha visitato paesi e città, foreste e deserti, stelle e pianeti, lune e comete prima di sprofondare nei silenzi immensi degli spazi intergalattici.

Si è immedesimato profondamente nei volti di mille e mille persone, si è tuffato nelle tiepide acque mediterranee, nei flutti oscuri della Manica e del Mar del Nord, nelle distese impetuose dell’Oceano Atlantico inoltrandosi oltre il Finistère.

Inappagato dalle sue conoscenze e stanco delle sue ricerche, si è rifugiato nelle braccia dei “Maîtres à penser”. Troppi. Con la loro sapienza senza scienza e con la loro scienza senza amore si sono burlati della sua “quête d’infini”. Molti di loro, semplicemente, avevano le mani vuote e chiacchieravano di nulla; alcuni, infine, gli hanno additato il Maestro che gli ha dato la speranza che, tuttavia, egli non ha mai saputo abbracciare interamente.

Troppo razionalismo senza ragione, troppo scetticismo, troppe concettose e vuote verità gli hanno inaridito la coscienza. Infine è scesa nel suo cuore la Poesia come ” Zagara odorosa nella notte chiara /  Dolce e lento risonar dell’onda /  Che si frange sull’oro della spiaggia.”

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