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Il Territorio? Più che uno sconosciuto è un Nemico!

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Il Territorio? Più che uno sconosciuto è un Nemico!

IL TERRITORIO, PIU’ CHE UNO SCONOSCIUTO, UN NEMICO!

 di Orazio Di Rosa

   Ferite, squarci, cicatrici mai più sanabili, tragici segnali nel corpo di un soggetto vivo, di un organismo pulsante, ricco di infinite meraviglie, con i suoi umori, i suoi colori, i suoi rumori; ma indifeso, inerme, e pertanto esposto a ogni tipo di insulto.foto 1 Di Rosa

E’ il territorio, stupendo  concentrato di ogni cosa creata che, come un puzzle ordinato e perfetto, è pronto sempre a far coincidere le sue innumerevoli diversità direzionate verso precisi bioritmi, il cui assetto corrisponde a un ordine, a un disegno, a un equilibrio prestabiliti. Il territorio, una qualsiasi enciclopedia recita: “uno spazio circoscritto  in cui si è stanziato un animale che lo difende fermamente e l’abbandona solo in caso di forza maggiore”. Certo, un animale, o un popolo composto da individui civili si comporta così; noi, no. Per noi quel semplice ma tanto significativo enunciato non vale. Se non lo considero mio, il territorio dove vivo, lo violento, lo sfrutto, lo inquino, tanto resto impunito; se per contro lo reputo mio, ne faccio ciò che voglio, lo uso, lo abuso, assecondando  i miei bisogni, le mie sole volontà.

Né è diverso l’atteggiamento delle istituzioni, la loro indifferenza offende gli spiriti sensibili, la loro inattività è penosa; pronte, con i loro autorevoli rappresentanti a partecipare a simposi, convegni, festival (del Paesaggio); a sentenziare, a proporre fumose indicazioni, per lasciare poi tutto come prima; tutto, vergognosamente sotto una coltre di immondizia, di pattume, di spazzatura, di oggetti inquinanti. Ma è semplice la spiegazione: sono soggetti in preda alla sciasciana sindrome dell’invisibilità dell’evidente; come dire che l’abitudine a vedere certe cose porta ad una sorta di cecità, per cui non vedono e, pertanto, sono nell’impossibilità di una, quale che sia, azione di recupero delle primigenie qualità dell’ambiente.

foto 2 Di Rosa Ma, la più imperdonabile mancanza di “cultura” del rispetto del paesaggio si riscontra allorché, concedendo autorizzazioni e permessi per la costruzione di parcheggi, di aree di servizio, di centri commerciali, di aree attrezzate (Protezione civile), da parte degli organi concedenti, non si impone che venga rispettato l’ambiente, ripristinando il verde, di non distruggere la ricchezza costituita anche da un solo albero; non si obbliga la creazione anzi, per compensazione, di nuovi spazi verdi.

E così, la prima cosa, come non se ne vedesse l’ora, è quella del taglio degli alberi che incautamente si trovano nell’area in questione; olivi secolari, querce imponenti, carrubi preziosi sono i primi a sparire; trattati come elementi negativi, visti come entità inutili; solo impaccio, solo ostacolo ai lavori. Ricordo  l’immenso parcheggio nei pressi della stazione ferroviaria di Pordenone: ogni posto auto, un albero. La natura rispettata al massimo; e il cemento, in estate, impossibilitato ad arroventarsi. Come dire che in certi posti del nostro Paese si discorre e si agisce in maniera per noi del tutto incomprensibile.

E agli incendi che ogni anno, con una puntualità equinoziale, intristiscono, desertificandole, le nostre contrade, la nostra inciviltà dà una mano, e che mano; pronti come siamo ad alimentare e a conservare un aspetto desolante del nostro pur meraviglioso territorio, e ad offrire, senza alcun possibile avvilimento, agli esterrefatti visitatori una “vista” tanto mortificante, e alle tante  classifiche in cui siamo primi, o ultimi, gli umilianti indicatori  per rimanere tali.

Orazio Di Rosa

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