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“Umanesimo e Compassione” di G. Ghiselli

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“Umanesimo e Compassione” di G. Ghiselli

UMANESIMO E COMPASSIONE  di Gianni Ghiselli

William Adolphe  Bouguereau, "Compassione"

William Adolphe Bouguereau, “Compassione”

Settembrini, l’umanista “chiacchierone pieno di frasi”[1] di La Montagna Incantata, il “loquace razionalista e umanista”[2]distingue una u{bri~ buona da un’altra cattiva, e santifica quella di Prometeo in quanto essa è amica dell’umanità: ” E che cos’era l’umanesimo? Era amore per l’umanità, nient’altro, e perciò era anche politica…Prometeo! Era stato lui il primo umanista, identico a quel Satana cui Carducci aveva dedicato il suo inno”[3]. Il “vecchio anticlericale bolognese”[4] celebra Satana per il suo essersi ribellato a un despota oscurantista: “Salute, O Satana/ O ribellione,/O forza vindice/Della ragione!”[5]Ma l'”Hybris” della ragione contro le oscure potenze è altissima umanità, e se chiama su di sé la vendetta di dèi invidiosi…questa è sempre una rovina onorata. Anche l’azione di Prometeo era “Hybris” e il suo tormento sulla roccia scita noi lo consideriamo il martirio più santo. Ma come siamo invece di fronte all’altra “Hybris”, a quella contraria alla ragione, all'”Hybris” della inimicizia contro la schiatta umana?”[6].  Possono esserci dunque due u{brei~, come due e[ride~. Amore per l’umanità dunque che troviamo già in Omero. Sentiamo quello che dicono Nausicaa a Odisseo e Eumeo sempre a Odisseo. La principessa dei Feaci Nausicaa, nel VI canto dell’Odissea (207-208) vuole aiutare Ulisse giunto naufrago nell’isola di Scheria e dice queste parole alle ancelle in fuga spaventate dall’aspetto di Odisseo : “ to;n nu`n crh; komevein: pro;~ ga;r Dio;~ eijsin a[pante~-xei`noiv te ptwcoiv te, dovsi~ d j ojlivgh te fivlh te”, questo è un misero naufrago e dobbiamo curarcene: da Zeus infatti vengono tutti gli stranieri e i poveri, e un dono pur piccolo è caro. Le stesse parole (Odissea, XIV, 57-59) dice Eumeo il guardiano dei porci di Itaca quando Ulisse gli si presenta travestito da mendicante, irriconoscibile, e il porcaio lo accoglie ospitalmente spiegandogli che non è suo costume maltrattare lo straniero (xei`non ajtimh`sai), nemmeno quando ne arriva uno kakivwn più malconcio di lui. Bisognerebbe che Salvini e la gente come lui leggessero i classici.

Non dissimile è la situazione di Edipo giunto a Colono cieco e vagabondo, per giunta malfamato. Teseo, il re di Atene, lo aiuta poiché, dice “so di essere uomo”(Edipo a Colono, v. 567). Il sapere di essere uomo che cosa comporta? Significa incontrare una creatura mezza distrutta come è Edipo cieco, esule e mendico, provarne pietà, incoraggiarla ponendo domande, chiedendo di che cosa abbia bisogno: “kaiv s j oijktivsa”-qevlw jperevsqai[7], duvsmor j Oijdivpou, tivna-povlew” ejpevsth” prostroph;n ejmou’ t j e[cwn,-aujtov” te chj sh; duvsmoro” parastavti””, (Edipo a Colono, vv. 556-559), e sentendo compassione, voglio domandarti, infelice Edipo, con quale preghiera per la città e per me ti sei fermato qui, tu e l’infelice che ti aiuta. Quindi vuol dire ascoltare, mettersi nei panni del supplice e comprendere con simpatia poiché siamo tutti effimeri, sottoposti al dolore e destinati alla morte. ” Fammi sapere-continua Teseo- infatti dovresti raccontarmi misfatti atroci perché mi sottraessi; poiché so che anche io sono stato allevato da straniero, come te, e in terra straniera ho affrontato più di ogni altro uomo lotte rischiose per la mia vita, sicché non rifuggirei dal salvare nessuno straniero, come ora sei tu, in quanto so di essere uomo (e[xoid j ajnh;r w[n, v. 567) e so che del domani nessun attimo appartiene più a me che a te”(vv.560-568).

A queste parole si può accostare l’homo sum di Terenzio : “Homo sum: humani nil a me alienum puto[8]. Secondo Milan Kundera, la compassione è il motivo principale, o il motore di tanti miti, come di certi amori: ” Egli provò allora un inspiegabile amore per quella ragazza sconosciuta; gli sembrava che fosse un bambino che qualcuno avesse messo in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente di un fiume perché Tomáš lo tirasse sulla riva del suo letto… Di nuovo gli venne fatto di pensare che Tereza era un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente. Non si può certo lasciare che una cesta con dentro un bambino vada alla deriva sulle acque agitate di un fiume! Se la figlia del Faraone non avesse tratto dalle acque la cesta con il piccolo Mosè, non ci sarebbero stati l’Antico Testamento e tutta la nostra civiltà. Quanti miti antichi hanno inizio con qualcuno che salva un bambino abbandonato! Se Polibo non avesse accolto presso di sé il giovane Edipo, Sofocle non avrebbe scritto la sua tragedia più bella!”[9].

Nel quarto episodio dell’Edipo re, Sofocle contrappone la crudeltà dei genitori alla compassione del servo tebano che non ha eseguito il loro ordine di uccidere il bambino “katoiktivsa” ” (v. 1178), in quanto ne ho avuto compassione, spiega. P.P. Pasolini nel suo film Edipo re sottolinea questa risposta con un primo piano del vecchio pastore tebano che dice di non avere fatto morire la creatura: “per pietà”. Per lo stesso motivo, e anche lui per grandi mali, si salvò Cipselo, il bambino che sarebbe diventato tiranno di Corinto, e padre di Periandro. Erodoto racconta che per sorte divina il piccolo sorrise all’uomo dei Bacchiadi che lo aveva afferrato con l’intenzione di ammazzarlo. Questo se ne accorse, e un qualche sentimento di compassione lo trattenne dall’ucciderlo (oi\kto~ ti” i[scei ajpoktei’nai,V,92).  Del resto anche Enea viene salvato dalla compassione, quella di Didone che pure non viene in alcun modo ricompensata dall’esule troiano. In Virgilio c’è una regina, che prima di decadere a donna abbandonata esprime questo tw/’ pavqei mavqo” : ” non ignara mali miseris succurrere disco “, Eneide, I, 630, non ignara del male imparo a soccorrere gli sventurati. Un soccorso che verrà mal ricompensato dal “pius” Enea, antenato di Augusto, secondo il poeta cortigiano Virgilio.

L’autore che scrive per piacere al despota non può avere lo spessore etico, e neppure estetico, di chi scrive con la prospettiva di un popolo che lo legge o lo ascolta, come avevano i tre auctores maximi: Eschilo, Sofocle, Euripide e Aristofane. L’ humanitas della compassione viene affermata dalle prime parole del Decameron : “Umana cosa è l’aver compassione degli afflitti”[10]. La misericordia non è virtù ignorata né trascurata dai classici e lo sviluppatissimo senso estetico dei Greci non aveva atrofizzato quello etico: è del tutto falso dunque che la morale cattolica sia l’unica vera e buona come afferma Manzoni, per esempio, quando sostiene che ” essa è la sola santa e ragionata in ogni sua parte”[11].

Nel XIV canto dell’Odissea Eumeo aiuta e onora Odisseo, presentatosi come un pezzente e irriconoscibile, per compassione: “aujtovn t j ejleaivrwn”(v.389), perché ho compassione di te, gli dice. Nelle Trachinie, Deianira prova una compassione piena di spavento (oi\kto~ deinov” , v. 298), anche per se stessa, vedendo le ragazze di Ecalia portate schiave da Eracle, e pensando ai mutamenti della sorte. Quella che suscita in lei la pietà più grande però è la splendidissima Iole poiché le sembra l’unica che abbia coscienza del suo stato (vv. 311-312). Cleopatra prima di morire dice al suo tesoriere Seleuco che l’ha denunciata a Ottaviano: “wert thou a man, thou wouldst have mercy on me” [12], se tu fossi un uomo, avresti pietà di me.

Nello splendido film di Stanley Kubrick, Paths of gloryOrizzonti di gloria (1957), l’avvocato difensore e comandante dei soldati accusati ingiustamente di codardia, poi fucilati, conclude la sua arringa indirizzando, invano, alla corte marziale questo appello: “I can’t believe that the noblest impulse of man, his compassion for another, can be completely dead here. Therefore, I humbley beg you, show mercy to these men”, io non posso credere che il più nobile impulso dell’uomo, la compassione per il prossimo, sia completamente morta qui. Perciò, vi prego umilmente, mostrate pietà verso questi uomini. All’opposto della chiusura nell’ego c’è l’ Antigone di Sofocle che afferma il suo amore per l’umanità : ” ou[toi sunevcqein ajlla; sumfilei’n e[fun”, (v. 523), certamente non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore. “Esiste un umanesimo greco, al quale dobbiamo opere come l’Antigone di Sofocle, una delle più alte tragedie ispirate a quest’atteggiamento; in essa, Antigone rappresenta l’umanesimo e Creonte le leggi disumane che sono opera dell’uomo”[13].

Umanesimo del resto è anche amore di se stesso e rispetto della propria identità alla quale Antigone non vuole rinunciare. E’ la filautiva dell’eroe. La ragazza non teme l’isolamento: Quando Ismene impaurita le fa notare : “tu hai il cuore caldo per dei cadaveri gelati” (v. 88), ella risponde : ” ajll j oi\d j ajrevskous j oi|” mavlisq j aJdei’n me crhv” (Antigone, v. 89), ma so di essere gradita a quelli cui soprattutto bisogna che io piaccia”. Sembra ricordare il “diventa quello che sei” di Pindaro[14], la somma del suo pensiero educativo. Né ha paura della morte la ragazza. Infatti aggiunge: “ma lascia che io e la pazzia che spira da me/soffriamo questa prova tremenda: io non soffrirò/nulla di così grave da non morire nobilmente” ((w{ste mh; ouj kalw'” qanei’n, Antigone, v97). Il kalw’~ qanei’n è l’aspirazione di eroi (Aiace di Sofocle[15]) ed eroine (Polissena nell’Ecuba[16], Ifigenia nell’Ifigenia in Aulide di Euripide) della tragedia. Nella storiografia abbiamo la Cleopatra di Plutarco[17] ripresa quasi parola per parola da quella di Shakespeare che lo leggeva nella traduzione di Thomas North[18].

Non bisogna trascurare la componente estetica della civiltà ellenica che si distingue dalle altre anche per il culto della bellezza; secondo Nietzsche i Greci hanno vinto l’orrore del caos e rovesciato la triste sapienza silenica, la quale rifiuta la vita, attraverso la giustificazione estetica dell’esistenza umana, creata dall’arte: “Il Greco conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque vivere, egli dové porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata degli dèi olimpici. L’enorme diffidenza verso le forze titaniche della natura, la Moira spietatamente troneggiante su tutte le conoscenze, l’avvoltoio del grande amico degli uomini Prometeo, il destino orrendo del saggio Edipo, la maledizione della stirpe degli Atridi, che costringe Oreste al matricidio, insomma tutta la filosofia del dio silvestre con i suoi esempi mitici, per la quale perirono i melanconici Etruschi, fu dai Greci ogni volta superata, o comunque nascosta e sottratta alla vista, mediante quel mondo artistico intermedio degli dei olimpici.

Fu per poter vivere che i Greci dovettero, per profondissima necessità, creare questi dèi: questo evento noi dobbiamo senz’altro immaginarlo così, che dall’originario ordinamento divino titanico del terrore fu sviluppato attraverso quell’impulso apollineo di bellezza, in lenti passaggi, l’ordinamento divino olimpico della gioia, allo stesso modo che le rose spuntano da spinosi cespugli… Così gli dèi giustificano la vita umana vivendola essi stessi-la sola teodicea soddisfacente! L’esistenza sotto il chiaro sole di dèi simili viene sentita come ciò che è in sé desiderabile, e il vero dolore degli uomini omerici si riferisce al dipartirsi da essa, soprattutto al dipartirsene presto: sicché di loro si potrebbe dire, invertendo la saggezza silenica, ” la cosa peggiore di tutte è per essi morire presto, la cosa in secondo luogo peggiore è di morire comunque un giorno”. Se una volta risuona il lamento, ciò avviene per Achille dalla breve vita, per l’avvicendarsi e il mutare della stirpe umana come le foglie[19], per il tramonto dell’età degli eroi. Non è indegno neanche del più grande eroe bramare di vivere ancora, fosse pure come un lavoratore a giornata[20]. Nello stadio apollineo la “volontà” desidera quest’esistenza così impetuosamente, l’uomo omerico si sente con essa così unificato, che perfino il lamento si trasforma in un inno in sua lode”[21].

Neottolemo, il figlio schietto dello schietto Achille, svaluta il suvmferon (utile) e apprezza il kalovn (bello, e bello morale) contrapponendosi al subdolo Odisseo del Filottete : ” bouvlomai d’ , a[nax, kalw'”-drw’n ejxamartei’n ma’llon h] nika’n kakw'” ” (vv. 94-95), preferisco, sire, fallire agendo con nobiltà che avere successo nella volgarità.

           Giovanni Ghiselli

NOTA BENE: Il testo di cui sopra è una sintesi della conferenza che Giovanni Ghiselli ha tenuto a Siracusa il 27 Dicembre 2014 nell’ambito d’un ciclo promosso dall’Associazione Culturale “Epicarmo”: per saperne di più collegarsi al blog:  http://giovannighiselli.blogspot.it/


[1] T. Mann, La Montagna incantata , vol. II, p. 148.

[2] T. Mann, Introduzione alla “Montagna incantata” , in T. Mann, Nobiltà dello spirito e altri saggi, p. 1517.

[3] T. Mann, La montagna magica, p. 231

[4] Ibidem, p. 231.

[5] A Satana, vv. 97-100.

[6]T. Mann, La Montagna incantata , vol. II, p. 18.

[7] Aferesi da ejperevsqai, infinito aoristo da ejpeivromai, “domando”

[8]Heautontimorumenos ,77.

[9] L’insostenibile leggerezza dell’essere (del 1984), p. 14 e p.19.

[10] Che nella fattispecie sono in particolare le donne innamorate.

[11] Osservazioni sulla morale cattolica (del 1819), Prefazione

[12] Shakespeare, Antonio e Cleopatra, V, 2.

[13]E. Fromm, La disobbedienza e altri saggi , p. 63.

[14] gevnoio oi|o~ ejssiv” (Pitica II v. 72).

[15] il Telamonio prima di suicidarsi per non sopravvivere alla degradazione : “ajll j h] kalw'” zh’n h] kalw'” teqnhkevnai- to;n eujgenh’ crhv” ma il nobile deve vivere con stile, o con stile morire. (vv.479-480).

[16] La principessa troiana dice alla madre: per chi non è abituato a mali oltraggiosi è meglio morire: “to; ga;r zh’n mh; kalw'” mevga” povno”” (v.378), infatti vivere senza bellezza è un grande tormento.

[17] La bellezza e la dignità della morte vengono anteposte alla degradazione della vita da Cleopatra, l’ultima dei Tolomei: lo capisce l’ancella Carmione la quale, al soldato che, vedendo il cadavere della regina, le ha domandato : “kala; tau’ta Cavrmion ;” è bello questo?, risponde con il suo ultimo fiato: “kavllista me;n ou\n kai; prevponta th’/ tosouvtwn ajpogovnw/ basilevwn” (Plutarco, Vita di Antonio, 85, 8), è bellissimo e si confà a una donna che discende da re tanto grandi.

[18] Lo stesso personaggio dell’Antonio e Cleopatra di Shakespeare, all’ottuso guardiano (First Guard) che le ha posto la medesima domanda retorica (Charmian, is this well done?) , replica : “It is well done, and fitting for a princess-Descended of so many royal kings. Ah, soldier! (5, 2)”, è ben fatto e adatto a una sovrana discesa da tanti nobili re. Ah soldato!

[19] Cfr. Iliade, VI, 146: “oi[h per fuvllwn genehv, toivh de; kai; ajndrw’n”, proprio quale la stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini. (n. d. r.)

[20] Cfr. Odissea , XI, vv. 488-491. (n. d. r.)

[21] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 33.

[22] 203044 alle 11, 50 del 27 dicembre 2014

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