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Verona: Giovanni Ghiselli su Didone, Enea e altre…

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Verona: Giovanni Ghiselli su Didone, Enea e altre…

 A Verona,Giovedì 4 Dicembre 2014, nella Caffetteria del Duomo in piazza Duomo, il prof. GIOVANNI GHISELLI ha tenuto una conversazione sull’argomento di queste pagine, che troveremo nel suo prossimo libro, e che noi siamo felicissimi di anticipare pubblicandole. La conferenza era stata organizzata dalla AICC. Biagio iacono.

 Introduzione:

Questo studio presenta la storia di Enea e Didone insieme con quelle di altri amanti feriti dal loro stesso amore. I testi fanno parte principalmente della poesia classica latina al cui vertice si trova Virgilio quale poeta centrale non solo delle letterature antiche ma di tutta la civiltà letteraria europea. Questo percorso contiene diverse situazioni topiche tanto nell’arte quanto nell’esperienza umana: per questo si è certi che susciterà un forte interesse sia negli studenti sia negli insegnanti.
L’aspetto contenutistico, di forte richiamo emotivo, consente altresì di educare i giovani, attraverso “lo bello stilo” di Virgilio, a un uso preciso ed elegante della parola, in necessario contrasto con quella poltiglia paratattica, meccanica, ossessiva, la quale sta provocando una vera e propria entropia linguistica che impedisce la comunicazione e la comunione umana. L’odio per le parole infatti, presto o tardi, diviene odio pure per gli uomini. Il bello è difficile, ma, quando viene bandito, l’animo umano ne sente una nostalgia acuta. Gli autori presenti e vivi in questo libro sono dei classici in quanto ci hanno lasciato pagine esemplari che creano meraviglia, suscitano domande e riflessioni, suggeriscono pensieri, e in definitiva accrescono la nostra vita intessendola con quelle splendidamente immaginate da loro.
Al precedente lavoro su Medea e le abbandonate affianco questo su Didone e su altre donne della letteratura ferite a morte per amore. Questa volta privilegio il latino che costituisce l’altra parte di quella “corrente sanguigna” della quale vive la letteratura europea: “e come un solo, non già due distinti sistemi di circolazione; giacché è attraverso Roma che possiamo ritrovare la nostra parentela con la Grecia”1. Per quanto riguarda la mia metodologia rimando all’introduzione del volume precedente; per l’importanza capitale del latino e la necessità della sua sopravvivenza cito alcune parole di Schopenhauer:”
L’uomo che non conosce il latino somiglia a colui che si trova in un bel posto, mentre il tempo è nebbioso: il suo orizzonte è assai limitato; egli vede con chiarezza solamente quello che gli sta vicino, alcuni passi più in là tutto diventa indistinto. Invece l’orizzonte del latinista si stende assai lontano, attraverso i secoli più recenti, il Medioevo e l’antichità.-Il greco o addirittura il sanscrito allargano certamente ancor più l’orizzonte.-Chi non conosce affatto il latino, appartiene al volgo, anche se fosse un grande virtuoso nel campo dell’elettricità e avesse nel crogiuolo il radicale dell’acido di spato di fluoro”2. Il latino verrà presentato e reso interessante attraverso il tema amoroso, con i suoi aspetti topici e le parole chiave del sermo amatorius (servitium amoris, domina, urit, ardor, vulnus, ulcus, sagitta) usate dagli auctores più accrescitivi nei testi più significativi.
Enea e Didone

Enea e Didone

Questo percorso attraversa diverse epoche e molti autori, greci, latini e dell’Europa moderna, tra i quali è centrale Virgilio con la sua poesia che raccoglie gran parte delle correnti spirituali del mondo classico anticipando non pochi aspetti della cultura europea moderna. Sentiamo ancora T. S. Eliot:” fra i grandi poeti greci e romani, credo che andiamo massimamente debitori del nostro ideale di classicità a Virgilio…La speciale natura della sua comprensività è dovuta alla posizione, unica nella nostra storia, dell’Impero romano e della lingua latina: una posizione che può dirsi conforme al suo fato. Questo senso del fato prende coscienza di sé nell’Eneide. Lo stesso Enea è, dal principio alla fine, una creatura del fato: un uomo che non è un avventuriero o un intrigante, un vagabondo o un arrivista; un uomo che compie il proprio destino non per forza o per decreto arbitrario-né certamente per brama di gloria – ma sottomettendo la propria volontà a un potere più alto…e dal punto di vista umano non è uno che sia felice o abbia successo. Ma è il simbolo di Roma, e quello che è Enea per Roma, l’antica Roma è per l’Europa. Così Virgilio si conquista la “centralità” del classico supremo; è lui il centro della civiltà europea, in una posizione che nessun altro poeta può condividere o usurpare”3.

Eliot è uno dei più convinti laudatores moderni del poeta mantovano, ed è un suo allievo ortodosso: in fondo il metodo mitico4 è praticato già da Virgilio, quando, come vedremo, attraverso Didone l’autore dell’Eneide ripropone Medea, sia quella di Euripide, sia quella di Apollonio Rodio. Non mancano d’altra parte gli obtrectatores di cui anche devo dare conto per mettere a disposizione dello studente una critica contrastiva dentro la quale gli sia possibile fare una scelta autonoma attraverso un giudizio personale. Faccio intanto un esempio riferendo la stroncatura nauseata di Huysmans: il protagonista di Controcorrente, Des Esseintes, dà giudizi dissacratòri su alcuni classici usualmente celebrati come sommi e ribalta le valutazioni canoniche, al punto che il giovane può magari trovare autorizzata la sua antipatia per questo o quell’altro autore universalmente consacrato dalla critica scolastica.
“Virgilio…gli appariva non solo uno dei più esosi pedanti, ma anche uno dei più sinistri rompiscatole che l’antichità abbia mai prodotto. I suoi pastori, usciti pur mo’ dal bagno e azzimati di tutto punto, che si scaricano a vicenda sul capo filastrocche di versi sentenziosi e gelati; il suo Orfeo ch’egli paragona a un usignolo in lacrime5; il suo Aristeo che piagnucola per delle api; il suo Enea, questo personaggio indeciso e ondeggiante che si muove come un’ombra cinese, con mosse da marionetta”. Virgilio avrebbe per giunta compiuto “impudenti plagi6 di cui fan le spese Omero, Teocrito, Ennio, Lucrezio”; la metrica sarebbe stata “tolta in prestito alla perfezionata officina di Catullo”. In conclusione: “quella miseria dell’epiteto omerico che torna ogni momento e non dice nulla, non evoca nulla; tutto quell’indigente vocabolario sordo e piatto, lo mettevano alla tortura”7. Questo lavoro non raccomanda ortodossie né condanna le eresie. Eventualmente segnala con scarsa simpatia i luoghi comuni non autorizzati dalla ragione, contrari alla giustizia, ignari della bellezza. Talora il bianco e il nero possono coesistere in una logica aperta al contrasto. Robert Graves nel suo pamphlet antivirgiliano8 presenta l’autore dell’Eneide ” come l’antipoeta per eccellenza, seguace di Apollo (non di Dioniso) nel costruire un poema come gioco di alta matematica letteraria e politica”9.
Non è detto però che la matematica, quella alta in particolare, sia in contrasto con la poesia: E.Pound10 ha scoperto il correlativo oggettivo scrivendo:”Poetry is a sort of inspired mathematics, which gives us equations, not for abstract figures, triangles, spheres, and the like, but equations for the human emotions “11, la poesia è una specie di matematica ispirata che ci dà equazioni non per figure astratte, triangoli, sfere, e simili, ma equazioni per le emozioni umane.
Nemmeno Pound d’altra parte si trova tra i laudatores, anzi: “negli anni più crudi del primo conflitto mondiale il canone di Pound escludeva seccamente Virgilio epico, e questi sono appunto gli anni del primo incontro con Eliot e del sodalizio con Yeats (traducendo rinuncio alle sfumature dialettali del testo inglese):”L’abisso che esiste fra Omero e Virgilio, fra Ulisse ed Enea, può venire illustrato in termini profani da uno degli aneddoti preferiti di Yeats12. Un semplice marinaio si mette in mente di studiare latino; si rivolge a un maestro e questi lo avvia all’Eneide. Dopo molte lezioni, il maestro fa una domanda riguardante l’eroe del poema. Il marinaio dice:”Quale eroe?” E il maestro:”Ma come? Enea, maturalmente, l’eroe”. E il marinaio;”Cosa, un eroe? Lui un eroe? Diavolo, credevo che fosse un prete” (E. Pound, ABC of Reading, London 1961, p. 44)”13. All’interno del nostro percorso incontreremo alcune altre valutazioni negative della figura di Enea, insieme con diverse positive.
La critica però va letta dopo i testi14 dei quali presento un’ampia scelta. Dei tanti libri menzionati ho scelto, tradotto e commentato alcuni brani che rappresentano i momenti epifanici dell’opera dell’autore e, quindi, sono divenuti topici nella cultura europea.
Gli auctores più numerosi sono i Latini ( Virgilio, Catullo, Orazio, Tibullo, Properzio e Ovidio e altri “minori”) ma non mancano i loro maestri Greci ( soprattutto Omero, i tragediografi, gli storiografi e gli alessandrini) e gli allievi moderni degli uni e degli altri. I classici che ho scelto sono scrittori che hanno parlato di noi15 e, anche se non basteranno da soli a risolvere i nostri problemi, potranno aiutarci prima a capirli, quindi ad affrontarli.
Bibliografia
M. Barchiesi, I moderni alla ricerca di Enea, Roma, Bulzoni, 1981.
T. S. Eliot, Che cos’è un classico? , 1944. In T. S. Eliot, Opere, trad. it. Bompiani, Milano, 1986, p. 975.
J. K. Huysmans, Controcorrente, trad. it. Garzanti, Milano, 1975.
R. Musil, L’uomo senza qualità , trad. it. Einaudi, Torino, 1972
A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, , trad. it. Adelphi, Milano, 1983,
Tomo II, p. 772.
Dionigi (a cura di) Di fronte ai classici, Rizzoli, Milano, 2002.
Giovanni Ghiselli
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1 T. S. Eliot, Che cos’è un classico? , 1944. In T. S. Eliot, Opere, p. 975.
2 A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, Tomo II, p. 772.
3 T. S. Eliot, Che cos’è un classico? , p. 973
4 In una famosa recensione all’Ulisse di Joyce (Ulysse, Order and Myth , “The Dial”, nov. 1923.) T. S. Eliot definiva il metodo mitico, in opposizione a quello narrativo, come il modo di controllare, di dare una forma e un significato all’immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea. “Instead of narrative method, we may now use the mythical method “, invece del metodo narrativo possiamo ora avvalerci del metodo mitico.
Alla fine di The Waste Land La terra desolata, del 1922., Eliot afferma:”These fragments I have shored against my ruins” (v. 430), con questi frammenti ho puntellato le mie rovine
5 Cfr. Georgica IV: “qualis populeā maerens philomēla sub umbra/amissos queritur fetus… ” ( vv. 511-512), quale l’usignolo addolorato, sotto l’ombra del pioppo, lamenta le creature perdute.
6Robert Musil (1880-1942) attraverso il suo protagonista Ulrich, il quale gioca sempre al ribasso, parla ironicamente di una “catena di plagi” (L’uomo senza qualità , p. 270.) che lega le grandi figure del mondo artistico l’una all’altra.
7 Huysmans, Controcorrente, p. 42 ss.
8 The White Goddess: A Historical Grammar of Poetic Myth, London 1948.
9 M. Barchiesi, I moderni alla ricerca di Enea, p. 15.
10 “Il miglior fabbro”, secondo T. S. Eliot.
11The Spirit of Romance , Londra, 1910, p. 5.
12 1865-1939.
13 M. Barchiesi, I moderni alla ricerca di Enea,p.18.
14 Volvendi enim sunt libri, (Cicerone, Brutus, 298) i libri dobbiamo leggerli veramente, per non finire travolti dall’onda qualunquistica del didattichese applicabile nello stesso modo a qualsiasi materia.
15 Cfr. A. Traina in Di fronte ai classici, p. 263. 
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Secondo capitolo

Didone

Didone

L’amore come ferita, guerra, pazzia.

Ennio e la sofferenza di Medea. Plauto (Persa)
Eros si associa a Eris. Sofocle. Terenzio.
Afrodite e Marte in Lucrezio. Virgilio. Orazio. Properzio. Tibullo.
Ovidio. Il Pervigilium Veneris (e Pavese). Tolstoj, Le nozze di Figaro, D’Annunzio, Endre Ady, Pavese (Seneca e Menandro), Kundera.
La ferita d’amore appare nella Medea exul di Ennio[1] che traduce questo verso della Medea[2] di Euripide:” e[rwti qumo;n ejkplagei’s’jIavsono”” (v. 8), colpita nel cuore dall’amore di Giasone[3], accentuandone il pathos con l’allitterazione:”Medea animo aegro amore saevo saucia[4] “, (v. 9), Medea dall’animo sofferente, ferita da un amore crudele.
Nel Persa di Plauto[5] troviamo il motivo letterario dell’Amore-guerra che infligge ferite, dell’amore- malattia, e dell’amore-pazzia.
Tossilo, il servo innamorato di questa commedia “persiana”, mette in rilievo la fatica più che erculea dell’amans egens (v. 1), l’innamorato senza quattrini, com’è lui stesso che non ha il denaro per riscattare la cortigiana amata. E dice:”Nam cum leone, cum excĕtra, cum cervo, cum apro Aetolico,/cum avibus Stymphalicis, cum Antaeo deluctari mavelim/quam cum Amore ” (vv. 3-5), infatti preferirei lottare duramente con il leone[6], con il serpente[7], con il cervo[8], con il cinghiale Etolico[9], con gli uccelli di Stinfalo[10], con Anteo[11], che con Amore.
 Subito dopo entra in scena il conservo Sagaristione che gli fa: “Satin tu usque valuisti? “, sei stato bene finora? , e Tossilo:” hau probe “, non bene; “ergo edepol palles ” , infatti per Polluce sei pallido, conferma il compare, evocando iltovpo” saffico “sono più verde dell’erba” ( fr.2 D.); quindi, nella risposta di Tossilo, interviene il motivo della ferita:”Saucius factus sum in Veneris proelio: sagittā Cupido cor meum transfixit ” (v. 25), sono rimasto ferito nella battaglia di Venere: con una freccia Cupido ha trapassato il mio cuore.
Alla fine di questo colloquio fa capolino la follia (mwriva) dell’amore in un grecismo di Tossilo che cerca di giustificare le richieste eccessive[12] fatte all’amico per riscattare la ragazza amata:”Amoris vitio, non meo, nunc tibi morologus fio ” (v. 49), per colpa dell’amore, non mia, ora ti divento uno che parla da pazzo.
Nella Cistellaria[13] un amico avverte il giovane innamorato Alcesimarco:”Cave sis cum Amore tu umquam bellum sumpseris” (v. 300), guardati bene dal fare la guerra con amore.
“Eros si associa a Eris, Lotta, quella Eris che Esiodo, nelle Opere e Giorni, colloca “alle radici della terra” (v. 19)”[14].
Nell’incipit del terzo Stasimo dell’Antigone[15] Eros viene invocato come “ajnivkate mavcan” (v. 781), invincibile in battaglia. Lo stesso Sofocle nelle Trachinie [16], fa dire a Deianira che chiunque si alzi come un pugile per combattere Eros, non ha la testa a posto (“ouj kalw'” fronei'”, v. 442).
 Infatti, spiega la moglie desolata, questo dio domina sugli dèi come vuole, figurarsi su una povera donna come me.
L’amore come guerra, fuoco che arde, e squilibrio, è affermato pure da Terenzio[17] nell’Eunuco: “In amore haec omnia insunt vitia : iniuriae,/suspiciones, inimicitiae, indutiae,/ bellum, pax rursum: incertă haec si tu postules/ratione certă facere, nihilo plus agas/quam si des operam ut cum ratione insanias ” (vv. 59-63), nell’amore ci sono tutti questi difetti: offese, sospetti, litigi, una tregua, la guerra, di nuovo la pace: se tu cerchi di rendere sicure con la ragione queste cose insicure, non fai di meglio che se ti adoperassi per fare il pazzo ragionevolmente, dice lo schiavo Parmenione al giovane Fedria innamorato, il quale risponde:”et taedet et amore ardeo, et prudens sciens,/vivos[18]vidensque pereo, nec quid agam scio ” (vv. 72-73), non ne posso più e brucio d’amore, lo so e capisco e sono vivo e vedo e muoio, e non so che fare.
Secondo Lucrezio[19] perfino Marte “armipotens ” viene vinto aeterno… vulnere amoris, dall’eterna ferita dell’amore.
“Marte armipotens è debellato e ‘ferito’dalla dea dell’amore e della pace… anche se l’immagine della “ferita d’amore” era già abbastanza convenzionale , qui il contesto la rivitalizza , sottolineando l’aspetto paradossale della situazione”[20].
In effetti questo dio vinto dalle ferite è rinnovato con un rovesciamento rispetto al Marte usuale che le infligge, e su questo rovesciamento insistono i termini scelti dall’autore.
 Vediamo alcuni versi dell’inno a Venere:” Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare/mortalis[21], quoniam belli fera moenera[22] Mavors/armipotens regitin gremium qui saepe tuum se/reicit aeterno devictus vulnere amoris ,/ atque ita suspiciens tereti cervice reposta[23] /pascit amore avidos inhians in te, dea, visus,/eque tuo pendet resupini spiritus ore” (De rerum natura, I, vv. 31-37), infatti tu sola puoi con una pace tranquilla aiutare/i mortali, poiché le feroci funzioni della guerra governa/Marte, signore delle armi, che spesso si abbandona nel tuo/grembo, vinto dall’eterna ferita dell’amore,/e così guardando da sotto, con la liscia cervice rovesciata,/pasce d’amore gli avidi occhi agognandoti, o dea /e il respiro di lui resupino dipende dalla tua bocca.
Insomma make love, not war, come si diceva una volta.
Ma il proemio è in qualche modo contraddittorio rispetto al resto del De rerum natura dove l’amore è pena, dolore e angoscia.
 La personificazione del tormento amoroso dei mortali è costituita da Tizio:”Sed Tityos nobis hic est, in amore iacentem/quem volucres lacerant atque exest anxius angor ” (III, 992-993), ma Tizio ci è qui , quello che, prostrato nell’amore, gli uccelli dilaniano e un angoscioso affanno divora. “La pena di Tizio-il gigante ucciso da Apollo per aver insidiato Latona, e disteso nel Tartaro col fegato continuamente roso dagli avvoltoi- è per Lucrezio, come sarà pure per Orazio (carm. 3, 4, 77-79; cfr. Servio, ad Aen. 6, 596), allegoria dell’angosciosa passione amorosa, la cupido[24].
Nell’Eneide[25] l’amore non solo è associato alla guerra, una guerra tra popoli, ma la fa pure perdere a chi ne è troppo implicato: Turno, prima di affrontare lo scontro decisivo, viene confuso e abbagliato dall’amore:”Illum turbat amor figitque in virgine voltus ” (Eneide , XII, 70), lo turba amore e fissa lo sguardo sulla ragazza[26].
Orazio nell’Ode 26 del terzo libro[27], nello stesso tempo scherzosa e malinconica, impiega la metafora della milizia d’amore dichiarando il suo addio alle armi che, come la lira usata per sedurre, saranno appese alla parete del tempio di Venere. Leggiamo la prima delle tre strofe alcaiche:”Vixi puellis nuper idoneus/et militavi non sine gloria;/nunc arma defunctumque bello/barbiton hic paries habebit ” (26, 1-4) sono vissuto fino a poco fa idoneo alle ragazze, e ho fatto il servizio militare non senza gloria: ora questa parete avrà le armi e la lira che ha compiuto la guerra.
Più tardi, nella prima Ode del quarto libro[28] Orazio arrivato intorno alla cinquantina (circa lustra decem , v. 6) chiede a Venere di risparmiargli la guerra:”Intermissa, Venus, diu/rursus bella moves? Parce, precor, precor ” (vv. 1-2), dopo lunga tregua, Venere, mi fai di nuovo guerra? Risparmiami, ti prego, ti prego. Il secondo verso “si configura come unaajpopomphv, cioè come una preghiera destinata ad allontanare da chi prega il pericolo proveniente da una divinità”[29]. Il pericolo è costituito dai dardi dell’amore.
Orazio è contemporaneo dei poeti elegiaci, ossia scrive nei decenni durante i quali va definendosi, nella poesia, il modo di considerare il rapporto dell’uomo con la donna. Nel poeta di Venosa, a differenza che in Catullo[30], Properzio[31] e Tibullo[32], non c’è una donna che accentri l’attenzione: egli, come scrisse Pasquali, vola di fiamma in fiamma senza bruciarsi le ali.
In Properzio troviamo il tovpo” del rapporto rischioso con un Eros crudele e ostile. Il poeta dipinge Amore come un nemico armato da cui nessuno può allontanarsi senza ricevere ferite:” Et merito hamatis manus est armata sagittis,/ et pharetra ex umero Gnosia utroque iacet,/Ante ferit quoniam, tuti quam cernimus hostem, /nec quisquam ex illo vulnere sanus abit ” (II, 12, 9-12), giustamente la mano è armata di frecce uncinate, e dai due omeri pende una faretra cretese, poiché ferisce prima che noi al riparo vediamo il nemico, né alcuno scampa immune da quella ferita [33].
 L’autore ne è già stato colpito, al punto che il dio fa una guerra continua dentro il suo sangue:” Assiduusque meo sanguine bella gerit” (II, 12, v. 16). Amore dovrebbe vergognarsi di tanto accanimento e scagliare i suoi dardi altrove:”Si pudor estalio traice tela tua ” (v. 18). Oramai è l’ombra sottile di Properzio, non più la persona che busca bastonate:”non ego, sed tenuis vapulat umbra mea” (20). Se il canto deve continuare dunque bisogna che almeno l’umbra non vada perduta e Amore smetta di menare colpi.
 La differenza tra Orazio e gli elegiaci è che questi non cercano di attenuare la violenza di Eros, anzi accettano tutti gli aspetti dolorosi della passione. Tuttavia talora pure loro lamentano la stanchezza della guerra amorosa. Sentiamo ancora Properzio che desidera ricanonizzare il dio Amore come deus pacis :”Pacis Amor deus est, pacem veneramur amantes:/sat mihi cum domina proelia dura mea” (III, 5, 1-2), Amore è dio della pace, noi amanti veneriamo la pace: bastano le aspre guerre con la mia signora.
Tibullo è “più attaccato al modello femminile arcaico”[34]. E’esemplare di tale propensione “il famoso quadro di vita domestica che egli sogna mentre giace malato a Corcira e che fa da chiusa all’elegia I 3 (83 sgg.) : Delia, rimasta fedele al poeta lontano, ha accanto a sé la vecchia madre, “sancti pudoris custos ” (custode del sacro pudore); al lume della lucerna la madre fila e racconta favole; una giovane schiava fila anche lei” In effetti questo del poeta nato nel Lazio rurale sembra il quadro presentato da Tito Livio per illustrare la virtù di Lucrezia : i giovani parenti del re Tarquinio la trovarono:”nocte sera deditam lanae inter lucubrantes ancillas in medio aedium sedentem ” (I, 57, 9), a notte inoltrata, intenta alla lana, tra le ancelle che lavoravano a lume di candela, seduta in mezzo alla casa. Il desiderio di Tibullo insomma sarebbe che Delia fosse come questa sposa esemplare. Però ” da altre elegie del I libro sappiamo che la cortigiana Delia si adatta poco al modello; da altre del II libro sappiamo che ancora meno vi si adatta la volubile Nemesi” (p. 185). Tibullo dunque si trova a disagio nella metropoli, eppure ” una parte notevole della sua poesia è radicata nella vita galante di Roma”.
Walter Pater nel primo capitolo[35] del suo Mario l’epicureo (del 1885) mette in rilievo la sussistenza, nel poeta di Delia e Nemesi, della “primitiva e più semplice religione patriarcale, la religione di Numa…Tracce di tale sopravvivenza si possono cogliere, al di là degli atteggiamenti meramente artificiosi della poesia pastorale latina, in Tibullo, che ci ha conservato molti particolari poetici delle antiche consuetudini religiose di Roma:”At mihi contingat patrios celebrare Penates/reddereque antiquo menstrua thura Lari[36] così invoca con serietà non simulata. Qualcosa di liturgico, nella ripetizione di una formula consacrata, come parte del rito sacrificale per il compleanno, si può rintracciare in una delle sue elegie. Il focolare, da una scintilla del quale, secondo una versione dell’antica leggenda, sarebbe miracolosamente nato il bimbo Romolo, era ancora propriamente un altare”[37].
Chi si intende non poco di schermaglie e battaglie amorose è Ovidio[38].
Negli Amores[39] scrive:”Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;/Attice, crede mihi, militat omnis amans “(I, 9, 1-2), è un soldato ogni amante; anche Cupido ha il suo campo di guerra; Attico, credimi, ogni amante è un soldato. “La ripetizione del primo emistichio dell’esametro nel secondo emistichio del pentametro, che ha qui lo scopo di dare enfasi alla sententia sottolineando il concetto, è un tratto tipico dello stile ovidiano…la sua frequenza in Ovidio è forse da attribuire all’influenza della figura retorica dellaconduplicatio e all’effetto musicale che tutte le figure di ripetizione donano al testo”[40].
Ovidio, fa pure notare il Conte, opera un “rovesciamento della tradizione elegiaca precedente” nella quale “l’amore con la sua forza irresistibile sottrae il poeta ai negotia della vita civica chiudendolo in uno spazio sostitutivo dei valori della comunità”. Gli elegiaci infatti “dichiarano il loro essere prigionieri (e prigionieri consapevoli) della nequitia , dunque il loro non essere buoni cittadini, e propongono un sistema di valori alternativo a quello socialmente approvato”.
Ebbene, il Sulmonese ribalta tale tradizione affermando che l’amore “riscatta il poeta dall’ignavia e dalla segnitiesperché l’amore è guerra, e richiede e sviluppa nell’innamorato le stesse qualità fisiche e psicologiche che l’esercizio della guerra richiede e sviluppa nel soldato. L’amante-questo l’assunto dell’elegia, paradossale se si pensa all’antimilitarismo dei primi elegiaci-è perfettamente uguale al soldato e come quello dotato di forza, intraprendenza, attivismo”[41].
 Ricordo del resto che nei Remedia amoris (i quali appartengono all’ultimo periodo della prima parte della produzione ovidiana, quella elegiaco- amorosa che arriva al 2 d. C. ) l’amore verrà collegato alla desidia:”Quaeritis Aegisthus quare sit factus adulter;/in promptu causa est; desidiosus erat ” (vv. 161-162), volete sapere perché Egisto divenne adultero? il motivo è a portata di mano: non aveva nulla da fare. Gli altri Greci infatti facevano la guerra e ad Argo non c’erano processi a impegnarlo. Dunque:”Quod potuit, ne nil illic ageretur, amavit ” (v. 167), fece quello che poté per non stare là senza far niente: fece l’amore.
 Quella erotica è una guerra nella quale al poeta peligno non dispiacerebbe morire:”Felix, quem Veneris certamina mutua perdunt;/di faciant, leti causa sit ista mei ” (Amores, II, 11, 29-30), fortunato quello che mandano in rovina le reciproche lotte di Venere, gli dèi facciano che sia questa la causa della mia morte!
Nell’Ars amatoria [42] il magister di erotismo insegna che Amore è ferus , selvaggio (I, 9), crudele come Achille,saevus [43] uterque puer[44] (I, 18), e chi gli si accosta deve accettare di armarsi come per una battaglia (miles in arma venis , I, 36) o almeno come per una giornata di caccia. L’uomo al pari del cacciatore che sa bene dove tendere le reti ai cervi, (scit bene venatorcervis ubi retia tendat, I, 45) deve imparare a conoscere i luoghi frequentati dalle donne: portici, templi, fori, fontane, ma soprattutto i teatri ( sed tu praecipue curvis venare theatris , I, 89, ma tu soprattutto vai a caccia nei curvi teatri ) dove il figlio di Venere fa spesso le sue battaglie, e chi ha osservato lo spettacolo di ferite, ha una ferita:”Illa saepe puer Veneris pugnavit arena /et, qui spectavit vulnera, vulnus habet ” I, 165-166.
L’anfiteatro dunque è un luogo di scontri cruenti raccomandato per gli incontri erotici che hanno una componente conflittuale come i ludi del circo. Le donne raffinate si precipitano ai giochi più frequentati:”Spectatum veniunt, veniunt spectentur ut ipsae/; ille locus casti damna pudoris habet” (Ars amatoria I, vv. 99-100), vengono per osservare, vengono per essere loro stesse osservate; quel luogo contiene perdite del casto pudore.
Nel Pervigilium Veneris [45] che celebra l’inizio della primavera e la potenza di Afrodite, Amore è in vacanza (“feriatus est amor “, v. 31) perciò gli è stato ordinato di andare inerme, di andare nudo:”neu quid arcu, neu sagitta, neu quid igne laederet ” (v. 33), per non ferire qualche creatura con l’arco, con la saetta, con il fuoco. Eppure, avverte l’autore, o l’autrice, “Nymphae, cavete, quod Cupido pulcher est:/ totus est in armis idem quando nudus est amor ” (vv. 34-35), guardatevene o Ninfe, poiché Cupido è bello: ed è tutto armato anche quando è nudo Amore.
Cesare Pavese ribalta la posizione del vulnus : per lui è la vita che infligge ferite e l’amore anestetizza il dolore :”Perché il veramente innamorato chiede la continuità, la vitalità (lifelongness ) dei rapporti? Perché la vita è dolore e l’amore goduto è un anestetico e chi vorrebbe svegliarsi a metà operazione?” [46].
La componente combattiva, o almeno agonistica, che dai ludi circensi si riflette nei venatores erotici, sembra riguardare ogni rapporto erotico. Anche nel grande amore adultero di Anna Karenina a un certo punto entra la cattiva Eris, ossia lo spirito della competizione distruttiva dovuta al fatto che Vronskij era in allarme per la propria autonomia minacciata dall’amante. Ella a sua volta:” sentì che, a fianco dell’amore che li univa, fra loro si era insediato un certo malvagio spirito di dissidio e che lei non poteva scacciarlo dal cuore di lui, né, ancor meno, dal proprio”[47]. Perfino le espressioni di approvazione diventano sospette e allarmanti quando l’amore, in uno solo dei due, è in fase calante:” C’era qualcosa di offensivo nel fatto che egli avesse detto:”Questo sì che va bene”, come si dice ai bambini quando smettono di fare i capricci; e ancor più offensivo era quel contrasto fra il tono di colpa che aveva lei e quello sicuro di sé di lui: e per un istante Anna sentì sollevarsi dentro di sé il desiderio di lotta; ma, fatto uno sforzo su se stessa, lo soffocò e accolse Vrònskij con la stessa allegria di prima” (p. 746). Tuttavia la simulazione non regge a lungo:” anche sapendo che si rovinava, non poté non fargli vedere quanto lui avesse torto, non poteva sottomettersi” (p. 747),
Capita spesso, quasi sempre purtroppo, che gli amanti diventino nemici.
 Ne Le nozze di figaro di Mozart-Da Ponte[48], Marcellina in un’aria (IV, 5) lamenta l’ostilità degli uomini verso le donne. Sono gli unici maschi del mondo a odiare le femmine della loro specie:” Il capro e la capretta/son sempre in amistà./L’agnello all’agnelletta/ la guerra mai non fa./ Le più feroci belve/per selve e per campagne/lascian le lor compagne/in pace e in libertà./ Sol noi, povere femmine,/che tanto amiam quest’uomini/trattate siam dai perfidi/ognor con crudeltà”.
In D’Annunzio gli amanti non poche volte sono nemici mortali: tali sono Ippolita Sanzio e Giorgio Aurispa nel Trionfo della morte[49] di cui cito la conclusione :” Fu una lotta breve e feroce come tra nemici implacabili che avessero covato fino a quell’ora nel profondo dell’anima un odio supremo. E precipitarono nella morte avvinti”.
Per dare un esempio meno noto cito anche alcuni versi di uno dei massimi poeti ungheresi del Novecento, Endre Ady[50]:” Sono le nostre ultime nozze:/Ci strappiamo la carne a colpi di becco/e cadiamo sul fogliame d’autunno” ( Nozze di falchi sul fogliame secco).
In greco c’è una serie di termini che “sottolinea in modo convergente l’incrociarsi delle immagini del combattimento mortale e del corpo a corpo erotico:”Meignumi “unirsi sessualmente”, significa anche mescolarsi, incontrarsi in battaglia. Quando Diomede “si mescola ai Troiani”, vuol dire che viene alle mani, a distanza ravvicinata, con loro (…) Stessa cosa per damazo, damnemi : soggiogare, domare. Uno doma una donna che fa sua, come doma il nemico cui dà la morte”[51].
Fa rabbrividire, forse perché non è del tutto falsa, una sentenza tragica del misogino suicida C. Pavese”Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco”[52]. E pure, con un pessimismo meno esteso ma più personalizzato:”Sono tuo amante, perciò tuo nemico”[53].
 Più avanti c’è invece una riflessione cosmica che può spiegare questa ostilità interna alla coppia:” Il mito greco insegna che si combatte sempre contro una parte di sé, quella che si è superata, Zeus contro Tifone, Apollo contro il Pitone. Inversamente, ciò contro cui si combatte è sempre una parte di sé, un antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi. Chi non ha grandi ripugnanze, non combatte”[54].
 Il suicidio è la conseguenza di tale impostazione contro natura, poiché gli umani, ma soprattutto le femmine e i maschi umani, dovrebbero provare simpatia e amore reciproci, come affermava Seneca: ” Natura nos cognatos edidit cum ex isdem et in eadem gigneret. Haec nobis amorem indidit mutuum et sociabiles fecit “[55], la Natura ci ha messi al mondo come parenti, siccome ci ha fatti nascere con gli stessi elementi e per gli stessi fini. Questa ci ha ispirato un amore reciproco e ci ha fatti socievoli.
L’inimicizia delle donne nei confronti degli uomini ha avuto, almeno in passato, la genesi che Seneca attribuisce a quella degli schiavi per i padroni:”non habemus illos hostes, sed facimus” [56] (Epist. ad Luc. , 47, 5), non li abbiamo nemici, ma li rendiamo tali.
Un bel frammento di Menandro[57] ci ricorda, se ce ne fosse bisogno, che in natura “niente è tanto congeniale come l’uomo e la donna, a guardarci bene”. Come poeta d’amore, il massimo autore della commedia nuova non può trascurare o biasimare tale inclinazione reciproca.
C’è un romanzo di M. Kundera, non uno dei più conosciuti, che ha un breve capitolo intitolato “La lotta”; ed è lotta tra i sessi che viene presentata così:” Neanche lei pensava al piacere e all’eccitazione. Si diceva: non ti lascerò, non mi scaccerai, lotterò per tenerti. E il suo sesso che si muoveva su e giù si era trasformato in una macchina da guerra che lei aveva messo in moto e guidava. Si diceva che quella era la sua ultima arma, l’unica che le era rimasta, ma onnipotente. Al ritmo dei suoi movimenti ripeteva fra sé, come il basso ostinato in una composizione musicale: lotterò, lotterò, lotterò, e credeva di vincere…Il sesso di Laura si muoveva con forza su e giù. Laura lottava. Lottava per Bernard. Ma contro chi? Contro colui che stringeva a sé e poi di nuovo respingeva, per costringerlo ad assumere un’altra posizione. Questa ginnastica estenuante sul divano e sul tappeto, che li bagnava di sudore, che li lasciava senza fiato, assomigliava alla pantomima di una lotta spietata: lei lottava e lui si difendeva, lei dava ordini e lui ubbidiva”[58].
Giovanni Ghiselli

1. 239-169 a. C.
2. Del 431 a. C.
[3] Parla la nutrice nei primi versi del prologo
 4.Un aggettivo che diverrà topico per indicare le piaghe inflitte da Venere o da suo figlio.
5. 255ca-184ca a. C.
6. Il leone di Nemea. Questa e le seguenti sono tutte fatiche di Eracle.
7. L’idra di Lerna.
8. La cerva di Cerinea, una rupe dell’Arcadia dalla quale scendeva a devastare le campagne. Era un animale gigantesco dalle corna dorate e di speciale selvatichezza.
9. Il cinghiale dell’Erimanto, nel Peloponneso, come Nemea e Lerna, ma confuso con il cinghiale di Calidone in Etolia, ucciso, questo, da Meleagro.
10. la palude stinfalica è in Arcadia, sempre nel Peloponneso. Eracle infatti è l’eroe della stirpe dorica.
11 Gigante libico che uccideva i viandanti e acquisiva forza dal contatto con sua madre, la Terra dalla quale Ercole lo sollevò per strozzarlo. Il contatto con la terra è benefico e necessario:”La civilizzazione e l’intellettualità son belle cose, son grandi cose, non vogliamo certo negarlo. Ma senza quella che noi un giorno definiremo la compensazione di Anteo, sono rovinose per l’uomo e creano la malattia” (T. Mann. Carlotta a Weimar, p. 403).
12. ut mihi des nummos sescentos quos pro capite illius pendam, v. 36, ( ti chiedo) di darmi le seicento monete che io devo pagare per il riscatto di lei.
13, Del 203 a. C.
 14, J. P. Vernant, Tra mito e politica , p. 136.
15. Del 442 a. C.
 16. Successive al 438, forse anche al 429 (data della morte di Pericle).
7. 190ca-159ca a. C.
18, Arcaico per vivus.
19. 99 ca.-55 ca. a. C. Il De rerum natura è un poema didascalico in sei libri di esametri. Lucrezio espone la dottrina epicurea tradotta in latino.
20. G. B. Conte, Scriptorium classicum , 5, p. 18.
21. =mortales
22. Moenera è arcaico per munera. Le funzioni della guerra sono degne delle belve (ferae). L’espressione riprende, con variatio, fera moenera militiai del v. 29.
23. Forma sincopata per reposita. Si può notare come Mavors (arcaico per Mars ) si esponga alle ferite lasciando scoperta e rivolta all’amante la parte più tenera del corpo, quella attraverso cui nell’Iliade risonante di battaglie i guerrieri marziali vengono uccisi più frequentemente.
24. Lucrezio, La Natura Delle Cose, testo e commento di Ivano Dionigi, p. 320.
25, Poema epico in esametri. Consta di 12 libri. Fu composto tra il 30 e il 19 a. C., anno della morte di Virgilio.
26. Si tratta di Lavinia che era promessa sposa di Turno ma sposerà Enea.
 27.Edito con i primi due nel 23 a. C.
28, Edito nel 13 a. C.
 29. A. La Penna, Orazio, Le Opere, Antologia , p. 438.
30. 87-55 a. C. Catullo fonda la poesia amorosa con il suo Liber di 116 carmi.
31. Nell’elegia proemiale del secondo libro il poeta umbro dichiara la sua recusatio della poesia epica affermando che la sua intera Iliade sarà riempita dalle lotte tra lui e la sua puella che lo ispira. Egli è poeta d’amore e potrà comporre poeti lunghi come l’Iliade se la ragazza, sua Musa, tra le altre cose, suona la lira, o lotta nuda con lui, strappata la tunica:” Seu nuda erepto mecum luctatur amictu,/tum vero longas condimus Iliadas ” (II, 1, 13-14).
Properzio nacque ad Assisi nel 49 a. C. circa, morì Roma intorno al 15a. C. Ha lasciato quattro libri di elegie. Il primo fu pubblicato nel 28, il secondo e il terzo nel 22, il quarto nel 16 a. C. I primi tre cantano l’amore per Cinzia, il IV, quello delle elegie romane, racconta per lo più miti, riti della tradizione, episodi della storia di Roma e italica.
32. Nato a Gabii o a Pedum , nel Lazio rurale fra il 55 e il 50 a. C., morto tra il 19 e il 18 a. C. Sotto il suo nome ci è giunto il Corpus tibullianum , tre libri di elegie. Sono sicuramente e autenticamente tibulliani i primi due che cantano l’amore per due donne, Delia e Nemesi. Il terzo libro che gli umanisti divisero in due parti è un’antologia di vari autori, compreso Tibullo. Quintiliano lo definisce tersus atque elegans maxime…auctor (Institutio oratoria , X, 93), l’autore più elegante e raffinato, nel campo dell’elegia dove i latini possono sfidare i Greci.
33, Nella Parodo dell’Elettra di Sofocle il Coro considera eros il movente dell’assassinio di Agamennone:” e[ro” oJ kteivna””(v. 197) da parte dell’adultera Clitennestra e del suo drudo Egisto..
[34] A. La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana , p. 185).
[35] Intitolato La religione di Numa.
[36] I, 3, 33-34. A me tocchi di celebrare i Penati patrii e di offrire incensi mensili all’antico Lare.
[37] W. Pater, Mario l’epicureo , pp. 1-2.
[38] 43 a. C.-18 d. C.
 38.In distici elegiaci. Composti tra il 18 e il 15 a C. in 5 libri, poi rielaborati e ridotti a tre, intorno all’1 a. C.
39. G. B. Conte, (a cura di) Scriptorium Classicum 2, p. 166.
40. G. B. Conte, (a cura di) Scriptorium Classicum 2, p. 165.
41. L’Ars amatoria (in distici elegiaci) costituisce una precettistica erotica in tre libri: nei primi due il poeta fa il maestro d’amore agli uomini, nel terzo alle donne. Questa raccolta a sfondo didascalico fu completata nell’1 o nel 2 d. C, come i Remedia amoris e i Medicamina faciei femineae. Ovidio, nato a Sulmona, e morto in esilio a Tomi sul Mar Nero, visse tra il 43 a. C. e il 17/18 d. C.
42. Se ne ricorderà Valerio Flacco (I sec. d. C., m. nel 93 d. C.) che negli Argonautica definisce saevus l’amor che incalza (urget ) Medea spingendola verso Giasone (VII, 307-308).
43. Cfr. Properzio, I, 3, 15:”Hac Amor hac Liber durus uterque deus”, da una parte amore dall’altra Bacco, opprimente l’uno e l’altro dio.
[45] La veglia di Venere, un carme anonimo, compreso nell’Anthologia latina , di novantatré versi (tetrametri trocaici catalettici), di età e attribuzione incerta, dal II secolo d. C. , al IV, al VI; da Floro, a Tiberiano, a un’Autrice anonima.
Il poemetto celebra il ritorno della primavera e la potenza di Venere con l’esaltazione dell’amore, della natura e del piacere, non senza però un’ombra di malinconia
[46]Il mestiere di vivere, 19 gennaio 1938.
[47]L. Tolstoj, Anna Karenina , p. 711.
[48] Del 1786.
[49] Del 1894.
[50] 1877-1919.
[51]J. P. Vernant, L’individuo, la morte, l’amore , p. 118.
[52]Il mestiere di vivere , 9 settembre 1946.
[53] Il mestiere di vivere ,18 novembre 1945.
[54]Il mestiere di vivere, 28 dicembre 1947.
[55] Epist. ad Luc. 95, 52
[56] Epist. ad Luc. , 47, 5
[57] 342-291 a. C.
[58]M. Kundera, L’immortalità , p. 169.

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