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FRANCESCO E IGNAZIO – SANTI DELL’APOSTOLATO

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FRANCESCO E IGNAZIO – SANTI  DELL’APOSTOLATO

CLE – CENTRUM LATINITATIS EUROPAE

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 FRANCESCO E IGNAZIO – SANTI  DELL’APOSTOLATO

 di Paolo Anelli

 Sabato 3 maggio 2014 si è svolto, ad Assisi, al Sacro Convento e al Convitto Nazionale “Principe di Napoli”, il convegno che ha inaugurato il punto-CLE di Assisi, ossia la locale sede dell’associazione culturale “Centrum Latinitatis Europae” (www.centrumlatinitatis.org). Si tratta di un ente austro-italiano, ideato e diretto dal Prof. Rainer Weissengruber di Linz, che coltiva e promuove gli studi classici, legati in particolare alla letteratura latina e greca, ma affrontati secondo una prospettiva didattica multidisciplinare. Il convegno, intitolato “Francesco e Ignazio – Santi dell’Apostolato”, si è configurato come la prima tappa di un itinerario di ricerca individuato dai referenti umbri del CLE, i docenti Paolo Anelli e Leonardo Speranza, e alimentato grazie alle competenze di due docenti dell’Istituto Teologico di Assisi, Fra Guglielmo Spirito e Paolo Capitanucci. Al Convegno, presieduto dal prof. Weissengruber,  hanno partecipato dirigenti scolastici, docenti, studenti universitari (Perugia, Bologna), laureati, studenti liceali, in particolare la classe I A del Liceo Classico “Properzio” di Assisi, guidata dalla prof. Elisabetta Sorbini, ed è intervenuto il prof. Domenico Plataroti del CLE di Roma.

Assisi. Basilica di S. Francesco

La I A del Liceo Classico “Properzio” di Assisi con la Prof. Elisabetta Sorbini

La I A del Liceo Classico “Properzio” di Assisi con la Prof. Elisabetta Sorbini

L’iniziativa è sorta all’indomani dell’elezione di Papa Francesco: il Cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, gesuita, che il 13 marzo 2013 assunse il nome di Francesco. Alla notizia, negli ambienti ecclesiastici, ci fu chi pensò che il nuovo papa avesse voluto riferirsi al gesuita  Francesco Saverio, che insieme a Pierre Favre si accompagnò ad Ignazio di Loyola, a Parigi, per fondare con la guida del fervente compagno di studi spagnolo la Compagnia di Gesù, nel 1534. Lo ammise, nella rivista mensile “Frate Indovino” del novembre 2013, Benigno Luigi Papa, arcivescovo di Taranto fino al 2011: “Confesso che quando sentii l’annuncio del nome prescelto dal nuovo Papa, pensai a san Francesco Saverio più che a san Francesco d’Assisi, in virtù della provenienza di Bergoglio dai Gesuiti”. Pensiero di frate cappuccino, pugliese. Ma anche un arcivescovo di origine piemontese, formatosi in collegio gesuitico, Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia, terra umbra, più francescana, e benedettina, che gesuitica, pensò la stessa cosa.

Bergoglio, primo gesuita a diventare Papa, non ha atteso molto per spiegare il motivo per cui ha scelto il nome di Francesco[1]). Lo ha fatto il 16 marzo, il terzo giorno dopo l’elezione, nell’incontro con i giornalisti. Tra i rappresentanti della stampa in prima fila c’era Francesco Antonio Spadaro, che oltre ad avere un doppio nome francescano è il direttore di “Civiltà cattolica” (la prestigiosa rivista quindicinale fondata dai Gesuiti nel 1850 per difendere la Chiesa cattolica dalle minacce liberal-massoniche del Risorgimento italiano). Sulla rivista dei Gesuiti Spadaro spiega: “Nella scelta del nome Francesco c’è il cuore stesso dell’esperienza dei gesuiti. Francesco era alla radice della vocazione di Ignazio, è leggendo lui che rimase folgorato. San Francesco è il modello del nostro fondatore, è un fondamento della sua conversione”.

Papa Francesco ad Assisi il 4 ottobre 2013
Papa Francesco ad Assisi il 4 ottobre 2013

Di tutt’altro parere era, prima di essere smentito dal fatto, lo storico Franco Cardini che nel suo sito (www.francocardini.it) aveva scritto che San Francesco è “un pacifista libertario, che con l’austera disciplina militare imposta da Iñigo de Loyola ai suoi seguaci non ha mai avuto niente a che fare”. Potremmo così collocare le opinioni di Spadaro e di Cardini agli estremi di un panorama in cui, sul piano storico, si mescolano una serie di contrasti ma anche di affinità che riguardano i rapporti fra i due ordini religiosi: francescani e gesuiti. Sul piano invece dell’opinione comune dominano alcuni stereotipi che dipingono i seguaci del Serafico, il mistico, l’asceta di Assisi, come sposi di Madonna Povertà (purché “ben s’impingui” e “non si vaneggi”), e quelli di Iñigo o Ignazio assetati di cultura scienza potenza.

L’opinione comune correndo lungo quattro secoli costruisce una variegata gamma di preconcetti che arrivano a noi. Di questi v’è traccia nel vocabolario della lingua italiana in cui l’aggettivo gesuita non è solo usato per indicare “il religioso dell’Ordine istituito da S. Ignazio di Loyola (1491-1556), detto anche della Compagnia di Gesù”, ma in senso spregiativo significa “persona ipocrita e astuta” (Zingarelli). E negli stessi seminari, pare, si mormora che ci sono tre cose che solo Dio sa: quanti ordini di suore esistono, quanto sono ricchi i Cavalieri di Malta, e che cosa pensano i gesuiti.

Non che sull’altro fronte manchino i preconcetti. Lo stesso Papa Francesco, proprio un gesuita che non sembra affatto nascondere quello che pensa, approfitta dell’omelia durante la messa celebrata in Piazza San Francesco nella sua storica visita alla città del Poverello, per smantellare proprio un diffuso pregiudizio sull’ordine dei francescani e sul loro Patriarca: “La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito!

Al Pregiudizio dedica la sua rubrica “Breviario” il cardinale Gianfranco Ravasi nel Domenicale 18 maggio 2014 de Il Sole-24 Ore, che sulla frase di Einstein, “più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”, commenta: “Cerchiamo, allora, il più possibile di sostituire al pregiudizio il giudizio vero, sereno, fondato, fin spietato”.

Interno con il pulpito della Chiesa del Gesù a Roma

Interno con il pulpito della Chiesa del Gesù a Roma

Un giudizio vero e sereno, su Francesco e Ignazio, e su francescani e gesuiti, lo ha dato nel 1956, ben prima dello straordinario colpo a sorpresa di Bergoglio, un frate francescano, e lo ha fatto proprio all’interno della Chiesa romana del Gesù, la chiesa madre della Compagnia, proprio commemorando il suo fondatore Sant’Ignazio nel quarto centenario della morte. Parlo di un frate francescano doc: Padre Alfonso Orlini (1887-1972), istriano di Cherso, che dal 1924 al 1930 fu Ministro Generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali (Ofmc).[2]

Rileggendo il suo discorso celebrativo nella forma pubblicata tra le Conferenze (terza serie) del 1962, si coglie l’abituale pregnanza oratoria del frate, testimoniata da chi lo sentì parlare dal pulpito già da novizio ventenne, nel Seminario antoniano di Camposampiero (Padova): “una facondia naturale, fiorita, immaginifica” (Andrea Ferrari)[3]. La forza di quella facondia doveva ancor più risuonare nella Chiesa del Gesù, che secondo il progetto di Michelangelo e poi del Vignola ha lo spazio centrale della navata completamente aperto, senza colonne o altra struttura divisoria, per non separare i fedeli dal pulpito, oltre che dall’altare e dall’organo, dove quindi l’acustica fa che i fedeli si sentano avvolgere dalle parole del sacerdote.

Frontespizio del volume di P.Orlini sul convento di Cherso, 1966

Frontespizio del volume di P.Orlini sul convento di Cherso, 1966

Quel sacerdote nato a Cherso (“l’isola di sasso che l’ulivo fa d’argento” nel verso di D’Annunzio), dalla voce tonante che ad ogni predica sprigionava entusiasmo e ardore battagliero, aveva compiuto i primi passi della sua formazione in quel convento di Cherso, della prima epoca francescana, in cui accanto alla spiritualità profonda dei maestri, epigoni dei due frati che lo precedettero nell’ardua missione di Ministro Generale dell’Ordine,[4] aveva ereditato un senso forte di appartenenza alla secolare cultura romana e veneziana (Roma e Venezia “madri” della civiltà adriatica) e una sapienza umanistica cristiana alimentata con l’esempio sia del filosofo del ‘500 Francesco Patrizio sia del linguista dell’Ottocento Giovanni Moise. [5]

La vis oratoria di Padre Orlini

La vis oratoria di Padre Orlini

Quel sacerdote era l’uomo che aveva saputo affrontare Benito Mussolini nel 1924 per indurlo a concludere l’annosa e spinosissima questione tra lo Stato italiano e la Santa Sede con la liberazione del Sacro Convento dal Convitto Nazionale “Principe di Napoli”, istituzione di cui beneficiavano gli orfani dei maestri, che lo occupava dal 1875, e la cui sede divenne dal 1927 il nuovo maestoso edificio fatto costruire nella parte alta di Assisi.[6] E nel dopoguerra, quale primo tenace presidente dell’Associazione nazionale degli esuli giuliani e dalmati, Orlini fece sentire la sua tempra ferrea con una lettera priva d’infingimenti ad Alcide De Gasperi, statista impacciato al tavolo internazionale di pace.

Padre Orlini, dunque, da quel pulpito ideato per dare efficacia alla predicazione, cominciò dicendo che, se i veri grandi dell’umanità sono i Santi, e se tra i Santi i più grandi sono quelli che consacrarono le migliori attività all’Apostolato, che è continuazione dell’amore di Dio verso gli uomini, Ignazio “fu certo tra i più grandi Apostoli e riformatori della Chiesa di tutti i tempi”. Il frate poi  traccia le tappe fondamentali della vita del Santo: la crisi personale, vissuta da giovane soldato dopo  un ferimento in guerra, la folgorante vocazione che lo portò a fondare la Compagnia nell’intento di dedicarsi totalmente a riportare a Cristo e al Vangelo il mondo e la Chiesa, l’uno corrotto nella moralità nella società nella politica nella cultura dominata dall’ “umanesimo paganeggiante”, l’altra che viveva di riflesso la corruzione del mondo e subiva gli effetti della riforma protestante.

Assisi. Convitto nazionale "Principe di Napoli", costruito nel 1925-1927

Assisi. Convitto nazionale “Principe di Napoli”, costruito nel 1925-1927

Al culmine della celebrazione ignaziana Padre Orlini si ferma e dice: “Qui il mio cuore di francescano risale spontaneamente ad alcuni secoli indietro, ad un altro periodo storico determinante della vita cristiana, quando un piccolo e vivace uomo dell’Umbria” … Francesco d’Assisi, il povero mendicante pellegrino, fu chiamato a dare sostegno alla Chiesa di Dio minacciante rovina. Ecco il parallelismo che Orlini chiama provvidenziale: “grande affinità spirituale nella ricchezza dell’anima e soprattutto nell’apostolato universale, cui volgono le attività eroiche i due Ordini gloriosi, rimasti, ancor oggi, a distanza di secoli, due strumenti mirabili per tutte le opere dell’apostolato”, votati entrambi, nei diversi periodi storici, alla Missione di riportare la Chiesa e il mondo al Salvatore.

http://www.valdinotomagazine.it/sito/wp-content/uploads/2014/06/9.-Franc-predica-uccelli-in-Chiesa-Gesù-Roma-Capella_sacro_cuore.jpg

http://www.valdinotomagazine.it/sito/wp-content/uploads/2014/06/9.-Franc-predica-uccelli-in-Chiesa-Gesù-Roma-Capella_sacro_cuore.jpg

Ai due ordini gloriosi, dei gesuiti e dei francescani, si deve la mirabile opera di apostolato missionario in tutto il mondo. Francesco aveva ridestato le missioni nella Chiesa medievale, il gesuita è missionario già nel voto. Si può solo immaginare come possa essere stato vibrante, nel discorso di Orlini, il riferimento all’affinità dei due ordini nel ricordo di quella crociata missionaria per la quale lui stesso aveva combattuto negli anni ’20, perché la liberazione del Sacro Convento era stata concepita e realizzata proprio in funzione della creazione di un Collegio per formare giovani missionari, perché la Chiesa potesse contare, come avevano voluto sia Francesco sia Ignazio, su “apostoli scelti e preparati per tutti i compiti della conquista”. Ignazio aveva capito che contro gli attacchi alla Chiesa e all’autorità del Papa che venivano anzitutto dal protestantesimo occorreva combattere con le stesse armi: “studio contro studio, scienza vera contro scienza falsa”. Ma come conosceva l’importanza degli studi, così era consapevole dei pericoli della scienza “tumida e arrogante”, perché scientia inflat. I rimedi però ci sono: anzitutto la pratica degli Esercizi spirituali, che Orlini definisce “lo strumento di formazione di tutti i suoi compagni e discepoli, la via sicura della riforma sociale, il segno inconfondibile della spiritualità ignaziana, uno dei libri immortali del Cattolicesimo”; poi “le opere oscure della carità”, e infine, appunto, l’apostolato missionario, che è “l’apice della rinunzia e perciò dell’umiltà”.

Noto, Chiesa di San Carlo al Corso e Collegio dei Gesuiti.

Noto, Chiesa di San Carlo al Corso e Collegio dei Gesuiti.

È per questo che Ignazio crea i Collegi, dove si formavano le schiere dei soldati di Cristo: “stretti e tenuti in pugno da un’Ubbidienza rigida che garantisce l’unità degli sforzi, forniti di largo sapere e di alta scienza teologica, i gesuiti diventano gli strumenti provvidenziali per l’auspicata riforma, interna ed esterna, della Chiesa e della Società”. I Collegi sorgeranno in tutte le terre di missione e il primo Collegio dei Gesuiti al mondo, fondato nel 1548, è quello di Messina, Primum ac Prototypum Collegium, il prototipo di tutti gli altri collegi. La Sicilia aveva conosciuto la dominazione islamica tra il IX e l’XI secolo e poi, coi Normanni, coi Viceré d’Aragona e di Castiglia, è quindi terra cristiana ma per la sua posizione al centro del Mediterraneo è esposta al pericolo ottomano. Oltre a quello di Messina, Collegi, Chiese e conventi importanti furono costruiti nell’isola, a Palermo (la Casa Professa), a Mazara del Vallo (fine ‘600), e ancor prima a Noto, dove restano i ruderi dell’ex Collegio, risalente al 1606, e l’attuale Chiesa del convento, nella zona centrale della città, che caratterizza, per lo stile netino tardo-barocco, lo scenario architettonico urbanistico che ha procurato alla Città e al Val di Noto il riconoscimento dell’Unesco come “unico al mondo” tra i siti Patrimonio dell’Umanità.

S. Ignazio e gli Esercizi spirituali

S. Ignazio e gli Esercizi spirituali

Lo stesso Ignazio, ricorda Orlini, appena formata la Compagnia nel 1534 voleva raggiungere Gerusalemme ma dovette rinunciare per via della guerra in atto tra i Turchi e Venezia. E la Serenissima, baluardo della cristianità nell’Adriatico orientale, era così amata dal frate chersino (la piccola patria aveva dato a Lepanto nel 1571 il contributo di una nave alla flotta cristiana vincente) che nello stemma di Ministro Generale, sotto al simbolo francescano del braccio di Francesco incrociato con quello di Cristo a reggere la Croce, volle porre un Leone di San Marco, raffigurato in moeca, cioè visto di fronte, con la zampa destra sul Vangelo aperto e con una spada levata nella sinistra; e nella parte inferiore dello stemma, sullo sfondo azzurro che con lievi increspature sta a figurare il mare, s’insinua la coda leonina come una scia di barca. Sul cartiglio sottostante il motto è “Fortis est et ipse amor”. Lo stesso Amore è forte.

 Stemma di P. Orlini Ministro Generale dell'Ofmc

Stemma di P. Orlini Ministro Generale dell’Ofmc

Nei Collegi si formeranno “uomini superiori, gesuiti e non gesuiti, e la scienza cattolica riacquisterà l’antico prestigio”. A partire dal Concilio di Trento, che fissa la controriforma cattolica, i teologi gesuiti resteranno “sulla breccia del sapere per la difesa della Chiesa nel mondo intellettuale”: infatti “non c’è campo dell’indagine scientifica, filosofica, teologica, giuridica che non noveri larga schiera di gesuiti”.

Questa, notava Orlini, “è storia viva di ieri di oggi”. E lì, a Roma, nella Roma di Pietro, del Vicario di Cristo, dove Ignazio ha voluto porre il centro direttivo della Compagnia, alla dipendenza diretta del Papa, lì il frate francescano rievocava Ignazio, proprio da quel pulpito, in quella Chiesa voluta da Ignazio. Poteva mostrare ai fedeli la cappella dedicata a San Francesco (dal 1920 chiamata del Sacro Cuore), a destra dell’abside, e le due cappelle del transetto, una di fronte all’altra, dedicate ad Ignazio e a Francesco Saverio. È con Saverio che si apre, diceva Orlini, l’epopea missionaria gesuitica che si estende alle Americhe, all’Etiopia, all’Africa, alla Cina.

Ed ecco, oggi che c’è un gesuita Papa Francesco (d’Assisi), che, argentino, dice di essere venuto “dalla fine del mondo”, ecco, nel cuore di quel discorso del ‘56, il grido scevro di pregiudizi, dal sapore profetico: “Ma se l’America latina è cattolica non lo deve forse ai figli di Francesco e di Ignazio?”.

Già nel XVI secolo francescani e gesuiti erano entrati nel Sud America, ma, se si eccettua il Brasile, colonizzato dai portoghesi, nei domini spagnoli entrarono prima i francescani, i domenicani e altri ordini, perché Filippo II di Spagna nutriva molta diffidenza verso i Gesuiti, a causa del loro atteggiamento contrario allo schiavismo, il che forse spiega anche l’altalena di vicissitudini di segno opposto da loro vissuta in Sicilia.[7] Così, in Ecuador, la capitale ha un nome, Quito, che è abbreviazione di San Francisco de Quito, e tra i monumenti più importanti della città (prima città con Cracovia ad essere proclamata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, nel 1978) ci sono la chiesa di San Francesco e la chiesa della Compañia de Jesús, ispirata proprio alla Chiesa del Gesù di Roma.

Quito (Ecuador). Chiesa della Compañia de Jesùs

Quito (Ecuador). Chiesa della Compañia de Jesùs

Che cosa differenzi e che cosa accomuni i figli di Francesco ed Ignazio è appunto il tema conduttore del progetto di studio che il CLE propone a docenti e studenti per il prossimo anno scolastico: analogie e differenze nei percorsi esistenziali e nelle risonanze storico-culturali dei due grandi ordini. Il confronto è declinabile in molteplici aspetti che possono attraversare i saperi più diversi e offrire ai docenti possibilità di intersezione fra vari campi disciplinari, dalla teologia alla letteratura (latina ed europea), dalla storia alla filosofia, dall’epistemologia alla critica letteraria, come è risultato già dalle prime sollecitazioni presentate nel convegno del 3 maggio. Il prof. Fra Guglielmo A. Spirito, vicepreside dell’Istituto Teologico di Assisi, ha delineato il rapporto tra i due Ordini e il mondo delle Lettere. Leonardo Speranza (Liceo Scientifico annesso al Convitto Nazionale) e Paolo Capitanucci (Istituto Teologico) hanno dialogato in merito allo stile letterario dei due santi e al ruolo della scienza e della filosofia all’interno dei loro ordini.

Il prof. Paolo Capitanucci nell'aula Dono Doni, autore rinascimentale dell'Ultima Cena, nel Sacro Convento di Assisi

Il prof. Paolo Capitanucci nell’aula Dono Doni, autore rinascimentale dell’Ultima Cena, nel Sacro Convento di Assisi

Sul ruolo della scienza il prof. Capitanucci, che ha curato nel 2006 una mostra su La scienza al Sacro Convento. I francescani a confronto con i misteri del creato, ha anche illustrato lo sviluppo dell’ “umanesimo scientifico francescano” fondato sull’incontro della razionalità scientifica greca con l’amore francescano per il mondo e le sue creature. La rivalutazione francescana della natura, alla scoperta dell’ordine e della razionalità del cosmo, influisce sullo sviluppo della scienza,[8] attraverso una molteplicità di studi che riguardano in particolare la geometria: l’edizione latina degli Elementi di Euclide curata dal frate Luca Pacioli, matematico, autore del famoso trattato De divina proportione (1509), ne è un esempio; e il veneziano Francesco Zorzi tenta di rintracciare il principio geometrico e musicale della creazione (De Harmonia mundi totius, 1525). La geometria supporta gli studi di ambito fisico-matematico e fisiologico relativi fra l’altro alla scienza della luce, la perspectiva, studiata dal frate inglese Giovanni Peckham già nel XIII secolo, quando Bartolomeo Anglico scriveva il trattato enciclopedico De proprietatibus rerum, e un altro frate inglese, Ruggero Bacone, indagava ogni campo dello scibile, accrescendo la passione enciclopedica e l’interesse verso gli aspetti alchemico-chimici, ambito in cui nell’ambiente francescano matura l’idea di usare la chimica a supporto della medicina, come fanno Bonaventura da Iseo e Giovanni da Rupescissa, il quale rivolge il suo sapere ai “poveri di Cristo” che con la conoscenza dei segreti della natura potranno alleviare le sofferenze legate al corpo, finalità a cui mirava il Santo di Assisi quando esortava a soccorrere ed accudire infermi e malati. Così ha concluso il suo intervento Capitanucci, che nel descrivere l’altezza del contributo dato dai francescani allo sviluppo della scienza, ha messo in luce la straordinaria risorsa costituita dalla Biblioteca e dal Centro di Documentazione Francescana del Sacro Convento di Assisi, una miniera culturale poco nota al mondo della scuola.

Il prossimo incontro è previsto per il mese di ottobre. I docenti interessati presenteranno i loro progetti sulle linee direttrici che avranno scelto in sintonia con l’ispirazione offerta dal gruppo CLE di Assisi, che per l’occasione ha scelto di denominarsi LUCERNA – Studi e spiritualità. Un nome che s’ispira al simbolo rappresentato in Assisi dalla lampada votiva che sulla tomba del Serafico risplende grazie all’olio ritualmente portato ogni anno il 4 ottobre da una regione italiana. È un piccolo antichissimo utensile in cui si brucia l’olio per fare luce. Lucerna è quindi ciò che fa luce. Nel Paradiso di Dante: “Surge ai mortali per diverse foci / la lucerna del mondo” (I 37-38), che è il sole. E, come il sole, facendo luce, la lucerna guida. Così, nel senso di lume che guida, la troviamo nelle parole di Catone: “Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, / uscendo fuor de la profonda notte / che sempre nera fa la valle inferna?” (Purg. I 43). La luce viene dall’olio che si brucia all’interno della lucerna.

Nel libro di Mariano Borgognoni dedicato all’esperienza religiosa di Valeria Maria Pignetti,[9] che negli anni ’20 si ritirò nell’eremo francescano di Campello del Clitunno, si legge come una “sorella” di Maria, Jacopa, descriveva lo spirito di quella suora che creò una comunità senza una particolare Regula ma con l’intento di “seguire con semplicità e amore il pensiero di S. Francesco”:

Frontespizio del libro di Mariano Borgognoni

Frontespizio del libro di Mariano Borgognoni

“I cristiani non possono essere tristi e a misura che si diventa cristiani la tristezza cade per dar luogo ad una certa forma di DOLORE proprio con tutte le lettere maiuscole che non saprei definire e una certa GIOIA reale e profonda e degna anch’essa di maiuscole, che Maria paragonava un giorno all’olio, cioè al frutto del frutto dell’olivo. Nessuna pianta tormentata quanto l’olivo: radice nella terra arida, potature, rigore di stagioni e poi per aver l’olio (…) l’uliva franta, disfatta; e l’olio stesso disfatto, bruciato, per diventare luce. Così, proprio così, la gioia” (lettera a Pina Sanesi, 1 agosto 1925).

La lucerna può essere a due beccucci (come nell’immagine del logo disegnato da Filippo Paparelli): un unico stoppino e due fiammelle. A questo tipo di lucerna abbiamo pensato dovendo parlare dei due Santi dell’apostolato, descritti da Padre Orlini nel loro “parallelismo provvidenziale”. Due Santi uniti dallo stesso “olio”.

Paolo Anelli

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[1] Era dal 913, da undici secoli esatti, dai tempi di Papa Lando, che un papa non sceglieva un nome mai usato da un predecessore, se si esclude Giovanni Paolo I, che ha unito i nomi dei suoi due immediati predecessori, Giovanni XXIII e Paolo VI.

[2] Sul discorso di Padre Orlini per Sant’Ignazio vedi il mio articolo apparso su “Fiume”, rivista di Studi adriatici (n.s., n.27,  gen.-giu. 2013, Roma) col titolo: Il chersino Alfonso Orlini: un discorso “profetico” sull’affinità tra Sant’Ignazio e San Francesco. Il Domenicale del Sole 24 Ore ha pubblicato il 19 maggio 2013, nella rubrica “Fermoposta”, con il titolo Vicinanze e rivalità fra gesuiti e francescani, una mia lettera con risposta di Franco Cardini, che avevo chiamato in causa sull’argomento da lui toccato in un precedente articolo.

[3] Andrea Ferrari, A Camposampiero, in Padre Alfonso Orlini istriano di Cherso, Comitato per le Onoranze nell’aureo giubileo sacerdotale, Padova, 1959.

[4] Al generalato di Padre Orlini (1924-1930), terzo chersino alla guida dell’Ordine, dopo Antonio Marcello De Petris nel ‘500 e Fra Bonaventura Soldatich (1879-1891), ne seguì un quarto: Padre Antonio Vitale Bommarco (1972-1984).

[5] Con una tesi di laurea su Francesco Patrizio, all’Università di Verona, è giunta alla sua quarta laurea, all’età di 88 anni, Meira Moise, che nata a Cherso e cresciuta a Zara e a Fiume fu costretta all’esilio “in patria” nel dopoguerra.  La grammatica italiana di Giovanni Moise, 1820-1888, fu lodata dal Carducci.

[6] I meriti dell’operazione vanno suddivisi tra i rappresentanti delle istituzioni statali, tra cui, oltre al Capo del Governo, va ricordato il Ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele, e soprattutto il Sindaco di Assisi, Arnaldo Fortini, con i suoi collaboratori, tra cui il maestro Camillo Cernetti, nonché le associazione nazionali dei maestri, e i rappresentanti del clero (il delegato pontificio Conte Maggiorino Capello); ma l’azione di regia e di reperimento dei fondi necessari alla nuova costruzione, progettata dall’ing. Osvaldo Armanni, va ascritta al battagliero frate di Cherso, che si inventò una colletta mondiale per arrivare a completare il finanziamento, parzialmente sostenuto dallo Stato e dalla Santa Sede.

[7] Per la storia dei Gesuiti in Sud America si vedano: Peter Claus Hartmann, Gesuiti, Carocci editore, 2013 (prima ed. it. 2003, ed. orig. Monaco, 2001). John W. O’Malley, Gesuiti. Una storia da Ignazio a Bergoglio, Milano, Vita e Pensiero, 2014 (ed. orig. Editions Lessius, 2013).

[8] Si veda Eugenio Garin, Il francescanesimo e le origini del Rinascimento, 1967.

[9] Mariano Borgognoni, Sorella Maria – Selvatica e libera in Cristo, Assisi, Cittadella Editrice, 2007.

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