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Rosolini: “Cultura e Dintorni” per “La Casa ricamata” di Pina Magro.

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Rosolini: “Cultura e Dintorni” per “La Casa ricamata” di Pina Magro.

“LA CASA RICAMATA” IMG_070, romanzo di PINA MAGRO

 di Salvatore Salemi

A Rosolini, come dalla locandina qui  allegata, l’Associazione “Cultura e Dintorni”

ha presentato il romanzo “La Casa ricamata” di Pina Magro: relatore il prof. Salvatore Salemi, di cui pubblichiamo il testo integrale.

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La piccola della compagnia, sei anni compiuti da poco e già in seconda elementare, ero io: timidina, alquanto ingenua e credulona, ma nello stesso tempo vivace.

            Il mio mondo? Un intreccio di colori, in cui la linea di demarcazione fra fantastico e reale non era ben definita. C’era una volta…, le fiabe che divoravo velocemente per arrivare subito al finale della storia, e i cunta, i racconti dei grandi, che ascoltavo con avidità, contribuivano ad accendere quei colori. Dei discorsi degli adulti, quando mi era consentito ascoltarli, prestavo attenzione ai particolari piacevoli, che la mia immaginazione rielaborava, sorvolando sul resto.

            Così, suggestionata dai racconti di nostro padre, m’innamorai, ancor prima di averla vista, della sua casa in contrada “Santa Croce”, immaginandola stupenda.

            Dopo alcune ore di viaggio, sull’alto di una collina, un bel casolare rosa dalle imposte verdi, circondato da balaustre, dominò il paesaggio. In preda all’emozione, chiesi a mio fratello:  «È quella la casa?»

            «Quella lassù? No!…» e con un sorriso malizioso aggiunse: «La nostra è più carina!» Lungo il percorso, l’alternarsi delle varie abitazioni sparse nella campagna, grandi, piccole,  antiche, moderne, suscitava la mia curiosità: «È quella la casa? È quell’altra?» Pippo, come sempre amante delle burle, si divertiva alle mie spalle: «La nostra è diversa, non assomiglia a nessuna di quelle: non ha eguali!» E si soffermava perfino sui particolari: «Presenta delle smerlature al tetto e agli infissi, e sfoggia un rivestimento a “punto buchi” alle pareti».

            «A punto buchi!… Vuoi dire che è ricamata?»

            «Hai detto bene! È proprio una casa ricamata!»

            I miei pensieri fantasiosi galoppano; prendo in prestito dalle fiabe immagini d’incantevoli casette e mi costruisco la mia, pregustando con frenesia il momento dell’arrivo. Il viaggio sembrava non finire, e il caldo afoso  diventava insopportabile. Dopo circa quattro ore dalla partenza, abbandonammo la strada provinciale per imboccare uno stradone bianco. Una breve pausa, presso l’abbeveratoio all’ombra di un carrubo, e una bella bevuta alla fresca  fontanella recarono ristoro a noi e al cavallo. Mancava ormai poco e in me ritornò un vivo entusiasmo.

            «Stiamo per arrivare, dopo questa curva, in fondo al rettilineo, c’è la nostra casa!»

            Superata la curva, chiudo gli occhi: «Voglio aprirli solo all’arrivo, è più bello ammirare il tutto da vicino; ecco, il cavallo si ferma!» Il cuore mi batte all’impazzata, spalanco gli occhi… una fitta coltre di polvere bianca, sollevata dalla corriera che sopraggiunge in quell’attimo, ci avvolge, impedendomi di vedere. In mezzo alla nebbia che man mano si dirada, cerco con lo sguardo la casetta ricamata, scrutando a destra e a manca, ma non scorgo niente; niente di tutto ciò che mi aspettavo. Davanti a me, mimetizzato tra gli antichi muri a secco che lo attorniano, solo un vecchio, decrepito casolare, ingrigito dal tempo: «Dov’è la nostra casa?» grido.

            «È questa! Non vedi quanti bei buchetti ci sono alle pareti?» mi risponde Pippo, con tono canzonatorio.

Attonita, osservo i muri scorticati, le crepe, i fori, le tegole rotte. Sento la rabbia assalirmi: mio fratello ancora una volta si è preso gioco di me.

Il brano appena letto è tratto dalla prima parte del racconto La casa ricamata, il cui titolo l’autrice ha voluto estendere all’intera opera che presentiamo stasera, una silloge di sette racconti che costituisce la prima fatica letteraria di Pina Magro.

IMG_099 In tale brano la scrittrice narra, come si è facilmente capito, il viaggio alla volta della “casa ricamata”, un fabbricato chiamato così non per qualche particolare fregio, ma perché segnato da crepe e scrostature ai muri e da fori al tetto: un casolare – per l’esattezza un frantoio decrepito – che tuttavia un tempo dava modo a lei, ancora ragazza, al fratello e alle sorelle di trascorrere i mesi estivi spensieratamente, nella libertà della campagna.

Per questo motivo quella casa appare adesso alla scrittrice come un prezioso scrigno che conserva tanti cari ricordi degli anni della sua infanzia: ricordi di giochi e scherzi di gruppo, di balli e feste nell’aia; ricordi di scorrazzate per i campi, di incursioni al vicino fiume per catturare i girini e stare seduti sulla riva, magari a raccontare qualche leggenda riguardante quei luoghi.

Ora che tanti ricordi sono confluiti in un libro, quel viaggio col carretto verso la “casa ricamata” sembra essere metafora del viaggio verso il passato che caratterizza il contenuto di tutta l’opera, cioè di tutti e sette i racconti.

È un viaggio che la scrittrice, affidandosi alla memoria, compie verso gli anni della propria infanzia e adolescenza soprattutto; sottolineo ‘soprattutto’ perché, dei sette racconti, uno, intitolato La sconosciuta dell’ombrellone accanto, si riferisce ad una vicenda recente: la morte di una delle sorelle, che viene raccontata con intensa partecipazione emotiva. Eppure questo racconto, benché nella cronologia dei tanti ricordi impressi nel libro si collochi come ultimo, è stato il primo ad essere composto da Pina Magro ed ha costituito una sorta di prova di scrittura riuscita, che l’ha incoraggiata a scrivere ancora, e sollecitata a ripercorrere a ritroso la propria vita, così da trovare in alcuni momenti e situazioni particolari dell’infanzia e dell’adolescenza, compresi quelli che si riferiscono ai giorni trascorsi nella “casa ricamata”, la materia per la composizione degli altri sei racconti.

Il vivo desiderio di raccontare, recuperando aspetti significativi del proprio vissuto, e il piacere che ne consegue costituiscono, dunque, le vere motivazioni dell’approdo della Nostra alla scrittura letteraria: in altre parole, le ragioni della composizione di tutti i racconti del libro, che pertanto voglio definire ‘racconti di memoria’.

Rivisti attraverso la memoria, fatti e vicende del vissuto di Pina Magro sembrano avere la levità del sogno; eppure come tutto, in questo libro, è vero! È vero persino quell’ampio racconto, intitolato Esodo, che si riferisce alle vicissitudini della sua famiglia al tempo dello sbarco delle truppe alleate in Sicilia nel luglio del 1943, quando lei non era ancora nata, e tuttavia poi apprese dalla viva voce della sorella maggiore.

Ascoltiamo allora un brano tratto da questo racconto. È il 10 luglio del 1943 ed enormi carri armati sbarcano sulle nostre coste, dirigendosi verso l’entroterra …

     IMG_06       «I riauli, i riauli!» gridava la gente in preda al panico, sbigottita nel vederli muoversi con tanta facilità sia nel mare sia sulla terra, e terrorizzata ancor di più se da quei mostri sbucavano dei soldati neri.

            Frettolosamente, intere famiglie abbandonarono le case, alla ricerca di un riparo sicuro, portando con loro lo stretto necessario. Ancora una volta, anche noi raccogliemmo le masserizie: la casa dei nonni, in contrada Bochini, a pochi chilometri dal mare, adesso non era sicura. Ci unimmo agli altri e andammo via, verso la montagna.

            La carovana percorreva a fatica l’erto sentiero, il caldo afoso di luglio rendeva ancor più faticosa la salita. Aprivano il percorso gli uomini con i muli e gli asini carichi di scorte alimentari, di pentolame, di teloni. A seguire, gli anziani, i bambini e le donne, ognuna con la propria truscia.                                               

            Una volpe rossa ci osservava incuriosita dall’alto, immobile in una strettoia del sentiero continuava a fissarci, quasi a impedirci di invadere il suo territorio. Solo quando fummo vicino a lei, lasciò libero il varco. Dopo ore di cammino scoprimmo in mezzo ai rovi, sul fianco della collina rocciosa, una bella grotta. Entrammo, purtroppo era già occupata: gli ospiti, a centinaia, dormivano saporitamente con le zampette attaccate al soffitto… Terrorizzata, scappai fuori. La visione inaspettata di quei pipistrelli         mi aveva sconvolta!

            Proseguimmo verso l’altopiano. Ecco davanti a noi finalmente il rifugio adatto, una grotta molto ampia che pose fine al nostro peregrinare!   Dentro di essa trovammo alloggio in quaranta. Approntati dei pagliericci, ci coricammo esausti divisi in nuclei familiari.

                      In un angolo della grotta dondolava la naca a vento: la piccola Enza si era finalmente     addormentata. Sottovoce, quella mattina, continuavo a canticchiarle: «A voh! e dhi la voh! sta figghia bedda rurmiri nun vo».

           Mentre la vegliavo, accarezzavo con gli occhi il suo bel visino e ne ammiravo i delicati lineamenti. Il corpicino, tuttora minuto, dimostrava meno dei suoi quattro mesi.  Per fortuna, adesso lei era fuori pericolo!

Davvero brava la nostra scrittrice ad aver saputo minuziosamente e correttamente registrare i ricordi della sorella maggiore riguardanti l’evento dello sbarco alleato, perciò voglio sottolineare che è così vero non solo il brano letto ma l’intero racconto da cui esso è tratto, da costituire un autentico documento di «microstoria», di quella piccola storia (che è pur sempre storia) che si pone come registrazione delle vicende della gente comune sullo sfondo della grande storia, quella determinata dalle decisioni e dalla volontà dei governanti.

E veri sono, a maggior ragione, gli altri sei racconti nei quali l’autrice narra vicende da lei vissute personalmente insieme con la propria famiglia – i genitori, le sorelle, il fratello – e con i parenti più intimi, gli amici più stretti e le compagne di scuola.

Tra tutti questi personaggi, le figure dei due genitori emergono, con tratti nitidi, quale positivo esempio di dedizione alla famiglia e al lavoro: la madre sempre intenta a badare ai figli e ad accudire alle faccende domestiche; il padre, benché possidente, votato costantemente al lavoro nei campi; entrambi inoltre costruttori di un ambizioso progetto, segno del loro grande amore verso i figli: assicurare a tutti e sette gli studi, per condurli, come dice la scrittrice, “sempre più su … nell’altalena della vita”.

Ed entrambi costruttori, ancor prima, di una famiglia fortemente unita sul piano degli affetti, al punto che le figlie più grandi, Lidia e Cecilia soprattutto, sostituendosi spontaneamente ai genitori, fanno appello alla loro “esperienza” per guidare le sorelle più piccole, aiutarle e soddisfare le loro richieste.

IMG_084  Ho menzionato Cecilia: è lei la sorella, divenuta poi suora per avere obbedito alla chiamata divina, alla quale la scrittrice dedica il più ampio ed uno dei più significativi racconti del libro, il già citato La sconosciuta dell’ombrellone accanto, per narrarne gli ultimi giorni di vita; e lei sembra esprimere meglio di tutti gli altri figli la saldezza dei valori ai quali essi furono educati dai genitori, e non tanto e semplicemente per la scelta della vita claustrale, quanto per la capacità di vivere in modo coerente, con autentico spirito di abnegazione, il messaggio di Cristo, ponendosi al servizio degli ammalati, dei poveri e degli emarginati. Sono questi gli “amici sofferenti” ai quali lei pensa, dimenticandosi della sua croce, durante i giorni precedenti la sua morte, che affronta con quella serenità che non può non essere dono della fede, come si evince dal brano che stiamo per leggere.

«Ti sei svegliata, sorellina!» le dico accostandomi al  suo letto.

«Dopo l’interminabile nottataccia, ci voleva proprio questo riposo! Ho  dormito tre ore di seguito, grazie al medico che è venuto a trovarmi; è stato veramente bravo, premuroso: un padre di famiglia!»

E con un filo di voce aggiunge: «Per favore, dammi l’agendina che è nel cassetto del comodino e gli occhiali»

«Hai la mascherina dell’ossigeno! Come farai a inforcarli?»

«Oh, dimenticavo! E allora leggerai tu per me i nomi, e segnerai con una crocetta quelli che io ti indicherò»

Mi metto a sfogliare la sua vecchia preziosa agendina, dalla quale non si è mai separata. Lì sono custoditi i nomi dei suoi amici e i numeri telefonici.

«È un lungo elenco, saranno un centinaio d’indirizzi, ci vorrà parecchio! Non è meglio che prima mangi qualcosa, visto che non hai ancora fatto colazione?»

«No!» mi risponde, con un tono che non ammette replica. Capisco che ha un certa urgenza.

Io leggo il nome, lei guarda lontano…  riflette qualche istante e, a seconda dei casi, mi risponde: «Sì» oppure:  «No».

Incuriosita mi fermo e  le chiedo  spiegazione. Candidamente, abbozzando un sorriso, mi precisa: «Devo chiamarli  per qualcosa d’importante»

«Vuoi forse invitarli a una festa per l’imminente Natale?» scherzando domando, poiché ancora non ho capito il motivo di quelle numerose telefonate.

«In un certo senso è così… Il Natale, però, io lo festeggerò lassù, e voglio annunciarlo ai miei amici!»

Mi parlò con tale disinvoltura, che mi venne per un attimo il dubbio di aver frainteso. Sbalorditivo! Lei mi comunicava la sua imminente partenza senza che ombra  di tristezza ne  sfiorasse il viso, illuminato di gioia. Lo sguardo profondo andava perfino oltre, manifestando l’anelito dell’ animo per la festa celeste!

La sua serenità mi trascina talmente che, come un turbine, spazza via da me la paura della morte.

Non era nel suo carattere lasciare le cose a metà, in particolare quando doveva prendersi cura degli altri, e quindi le viene spontaneo dimenticarsi adesso della sua croce, come già è successo in passato, per  occuparsi degli amici sofferenti. A loro pensa anche negli ultimi suoi giorni.

Ha fretta, sa di avere poco tempo a disposizione: il  corpo tumescente per le metastasi e le crisi respiratorie sempre più ravvicinate glielo confermano. Sceglie i più lontani geograficamente, ma nello stesso tempo  più vicini al suo cuore: una giovane amica oltre oceano che soffre per la  difficile  relazione di coppia, la studentessa universitaria in crisi perché in ritardo sull’ambito traguardo, il cugino paralitico da tanti anni nella sedia a rotelle.

 Non importa se le parole diventano a tratti dei sussurri, a causa delle corde vocali semiparalizzate, sarò io a riferire quello che lei mi bisbiglia all’orecchio. Sono parole serene, di saluto, di speranza e di promessa: lei non li abbandonerà! Continuerà a prendersi cura di loro dal Cielo, così come ha già fatto sulla Terra.

Nell’ultima telefonata raccoglie le forze che le sono rimaste per dare grinta alla sua voce afona, e parla, direttamente lei, alla ragazzina in crisi adolescenziale: un fiore di rara bellezza che sta perdendo i suoi colori perché si nasconde al sole. Un’amicizia molto cara sbocciata sotto l’ombrellone e cresciuta al calore della sabbia e agli spruzzi dell’acqua verde mare.

«Ciao Elisa, sono suor Cecilia; ti voglio salutare. A breve partirò… Ho una richiesta da farti, ma promettimi che la esaudirai, perché a  una moribonda non si  rifiuta mai l’ultimo suo desiderio.»

«Te lo prometto.»

«Ascoltami attentamente»e continua con tono di voce sempre più intenso e risoluto, «in questi giorni comprati un bel vestito rosso. Il rosso ti sta a meraviglia, con la splendida chioma nera che incornicia il tuo viso;  indossalo il giorno di Natale,  e vai a passeggio nella tua città addobbata a festa. Ritorna a gustare la vita e a danzare con lei!»

La osservo mentre è intenta a  telefonare, pervasa da stupore per l’inspiegabile suono vigoroso delle sue parole; incredula, alla fine esclamo: «Non posso crederci, Cecilia, ti è ritornata la  voce!»

«Anch’io sono strabiliata!» e chiude con un bisbiglio: «Nella mia vita sono stata una meraviglia a me stessa… quello che ho fatto è opera di Dio!»

Come le persone, così acquistano risalto tra le pagine del libro i giochi, le abitudini, le usanze che erano parte di quel lontano mondo della scrittrice fatto di semplicità e di piccole cose, che si è perduto con l’incalzare della moderna civiltà. Penso per esempio al gioco, che appassionava i ragazzi, della petra o zzu zzu; ai balli nell’aia durante le sere d’estate; o ancora a quella sorta di rito della notte di Ognissanti, al quale si teneva tanto in famiglia, volto a far credere alla nostra scrittrice, ancora fanciulla, che erano i cari Morti a portarle i doni tanto attesi.

Significativo il fatto che la scoperta di quel segreto dovesse rappresentare per lei l’ingresso nel mondo degli adulti, come confessa nel racconto L’ultima bambola di pezza, di cui si vuole leggere tutta la seconda parte.

Fantasticavo, o forse già sognavo in dormiveglia, quando all’improvviso qualcuno o qualcosa mise fine ai miei sogni: un vociare sommesso, un rumore inconsueto…

Sono loro? I Morti! Sono arrivati! Non devono accorgersi che sono sveglia. Con gli occhi serrati, mi raggomitolai coprendomi anche la testa. Ci era stato proibito dagli adulti di aprire gli occhi durante quella notte, altrimenti i morti non ci avrebbero portato più i loro doni.

Non so per quanto tempo stetti talmente immobile, da perdere la percezione del mio corpo; solo il mio cuore, che batteva all’impazzata, mi dava conferma che non stavo sognando.

A poco a poco, quelle voci divennero più distinte, più familiari, fino a riconoscerle: erano le mie due sorelle maggiori che parlavano sottovoce e quel frastuono  metallico altro non era che lo sferragliare ritmico della macchina per cucire. “Che strano! Come mai sono ancora sveglie e lavorano di notte?”

Di botto, scacciai la paura e, determinata, mi alzai facendo attenzione a non svegliare la mia sorellina più piccola, Corrada, che dormiva con me nello stesso letto.

Entrai nella loro stanza, non si erano accorte di me, che sbalordita le osservavo: Lidia stava attaccando della lana nera ben pettinata sulla testa di una bambolina di pezza ancora nuda, mentre Cecilia era intenta a cucirle un vestitino di pannolenci rosa. Su un vassoietto troneggiava un’altra bambola di pezza con i capelli biondi e il vestitino rosso, e accanto a lei delle noci, delle noccioline e due fichidindia gialli. Sopra, in evidenza, c’era il mio nome: Pinuccia.

Non volevo credere ai miei occhi. In un attimo, mio malgrado, capii. Sentivo di essere stata imbrogliata… beffata… tradita! La mia rabbia esplose in un pianto improvviso, che fece sobbalzare le mie sorelle. Sorprese e confuse, mi vennero incontro prendendomi in braccio. Mi consolarono con tenerezza e, coccolandomi, mi consegnarono la bambola e i fichidindia lisci e… senza spine.

Così, dolcemente, mi avevano svelato il segreto dei Morti, raccomandandomi di tenerlo per me e di non confidarlo a Corrada. Lei era ancora piccola e aveva bisogno di credere alle favole. La rabbia e la delusione svanirono come per magia. Una sensazione nuova mi pervase: mi sentivo importante, condividevo un segreto con i grandi!

Quella notte di Ognissanti avevo aperto gli occhi: ero entrata nel mondo degli adulti. Strinsi a me la mia ultima bambola di pezza, asciugando le guance rosse ancora umide di pianto: avevo otto anni e una vita di sogni da inseguire.

Solo un tempo una fanciulla avrebbe potuto provare la sensazione di entrare nel mondo degli adulti per avere scoperto la vera provenienza dei doni dei morti: oggi nessuno vivrebbe in questo modo la fine della fanciullezza!

C’è pertanto, in questi racconti di Pina Magro, qualcosa di antico che avvince il lettore: sia quello già avanti negli anni, perché può ritrovarvi un mondo che gli è già appartenuto durante l’infanzia, sia il giovane lettore, perché può scoprirvi un mondo che prima non conosceva. Un che d’antico è dato di ritrovare anche nelle descrizioni del lavoro dei campi, quello d’una volta, ben diverso e ben più faticoso di oggi; e tuttavia quelle descrizioni l’autrice sa rendere affascinanti avvolgendole d’un alone mitico, come si può notare in quest’altro passo che andiamo a leggere:

            Sui dolci declivi della collina le spighe mature ondeggiavano al soffio della lieve brezza che spirava dall’azzurro Ionio; grondanti di sudore, avanzavano lesti e chini i mietitori impugnando la falce. Al loro passaggio i covoni recisi cadevano al suolo, e ivi giacevano in attesa di essere raccolti e portati nell’aia.

            Guidati da mio nonno e da lui incitati con cantilene ancestrali, che accompagnavano il rito della pisatura,  due muli  giravano in tondo nell’aia. Ruotavano sotto il sole infuocato a passo spedito, ininterrottamente, fin quando madidi di sudore schiumoso, non erano sostituiti da una coppia di cavalli, che nell’attesa riposavano all’ombra dell’albicocco, con la “coffa” piena di biada, appesa al collo. Sotto l’incessante calpestio degli zoccoli, i covoni si spezzavano e si schiacciavano, e le spighe sbriciolate liberavano finalmente il prezioso grano dorato. Così prezioso, da doverlo custodire dai malintenzionati, perfino la notte

Significativo il brano letto, che ci dimostra come i racconti di questo libro possano costituire, senza che l’autrice lo abbia voluto, un interessante documento di una civiltà e di una cultura ormai tramontate, che tuttavia le nuove generazioni hanno il dovere di conoscere.

Il recupero memoriale del passato Pina Magro riesce ad oggettivare in una prosa sempre vigilata e precisa, che non lascia mai spazio ad espressioni estemporanee ed imperfette. La narrazione procede sempre in modo scorrevole, rivelando la chiarezza e la lucidità con cui l’autrice sa ricostruire i suoi ricordi e disporli lungo la linea del tempo; quella linea che tuttavia ella spesso riesce sapientemente a disarticolare sia con le frequenti proiezioni dal passato nel presente, sia con l’inserzione di flashback, a voler recuperare squarci di passato nelle diverse vicende che già di per se stesse si collocano nel passato. Grazie al ricorso a questa tecnica narrativa, il contenuto dei diversi racconti si offre in un intreccio che avvince il lettore ben più di quanto possa fare una disposizione rigorosamente cronologica delle vicende. A conferma di ciò, si leggano con attenzione i due ampi racconti La casa ricamata e La sconosciuta dell’ombrellone accanto.

Ma tutti e sette i racconti presentano un altro pregio, che consiste nella disposizione a narrare e a descrivere con autentico abbandono poetico; è soprattutto dinanzi a certi aspetti della natura che l’autrice non può fare a meno di rivelare il suo animo incantato, divenendo vera poetessa, come è provato da un nuovo brano che andiamo a leggere, tratto anche questo da Esodo:

            Librandosi nell’oscurità le lucciole, simili a minuscoli lumini che si accendevano e si spegnevano, contribuirono a creare assieme alla serenata dei grilli un’atmosfera surreale, che mi avvolse nelle poche ore di sonno di quella notte d’incanto. All’alba il concerto dei volatili mi svegliò, e gliene fui sicuramente grata perché non mi perdetti lo spettacolo del sole che sorgeva.

            A Oriente, là dove il cielo si unisce col mare, pallide striature rosa, man mano sempre più intense, annunciano il giorno che nasce.

            Ed ecco stagliarsi all’orizzonte il sole: una palla di fuoco dai netti contorni. E il mare diventa un brillio di colori: un intreccio armonico di vermiglio, violaceo, ceruleo.

Poesia è proprio questa disposizione della scrittrice ad emozionarsi di fronte agli spettacoli, anche semplici e abituali, che la natura può offrire. Ma l’emozione più grande di fronte alla bellezza e alla magnificenza del creato è quella che scaturisce dalla capacità di percepirne l’impronta divina e di sentirlo come dono di Dio. Significativo, in tal senso, può essere il seguente breve brano tratto da “La sconosciuta dell’ombrellone accanto: … ci sentiamo inebriati dalla fragranza di timo, di origano e di mentuccia selvatica, che si sprigiona al nostro calpestio. Lungo il percorso, le bianche e levigate rocce adorne di ciuffi di capperi ci invitano a sedere; lì recitiamo il santo Rosario e lodiamo Dio per quelle meraviglie.

Ma la poesia, se emerge vistosamente nei passi, come quelli citati, che nascono dalla disposizione dell’autrice a contemplare la natura, traspare invero in tutte le pagine del libro, sottesa sempre alla nostalgia con cui ella riscopre il suo mondo d’una volta. Essa è la vera anima di tutti i racconti e rappresenta quel valore aggiunto che esalta i pregi di questa prima opera di Pina Magro.

     Salvatore Salemi

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