subscribe: Posts | Comments | Email

Tre testi di Enzo Papa inviati da “La Sicilia” di Catania.

Commenti disabilitati su Tre testi di Enzo Papa inviati da “La Sicilia” di Catania.
Tre testi di Enzo Papa inviati da “La Sicilia” di Catania.

Ringraziamo la Direzione de LA SICILIA di Catania che ci ha donato

i seguenti tre  testi ,ivi pubblicati, a firma del ns.  prezioso Amico e Concittadino  Preside prof. ENZO PAPA:

1) – L’eresia introversa – L’uso letterario del dialetto

ENZO PAPA Conferenza BUFALINO Volalibro 010  di Enzo Papa 

Negli ultimi decenni del secolo scorso si dibatteva, negli ambienti culturali siciliani interessati alla produzione letteraria in dialetto, il problema della koinè, per cui si registravano sostanzialmente due posizioni ideologiche: da una parte i fautori di un nuovo codice linguistico che fosse la sintesi di tutti i sottodialetti dell’isola, una sorta di  “summa” come già agli inizi del XX secolo aveva teorizzato Alessio Di Giovanni; dall’altro lato i sostenitori delle tradizionali parlate locali, dei sottodialetti con tutte le loro armonie, le loro dissonanze, le loro varianti e le loro instabilità lessicali.

Cammilleri CT Ciò non vuol dire che i sostenitori della koinè, con a capo il suo eterodosso teorico, il poeta catanese Salvatore Camilleri seguito a ruota dal palermitano Paolo Messina, erano da considerarsi progressisti e innovatori, e gli altri, al contrario, conservatori e più legati alle tradizioni locali, perché non erano e non sono questi i termini della questione.

In effetti, il problema dell’uso letterario del dialetto ha radici antiche, a cui hanno prestato cure e attenzioni studiosi illustri, eminenti filologi, senza riuscire, tuttavia, a trovare soluzioni in grado di soddisfare tutte le esigenze. Ora, mentre la koinè, cioè il tentativo di creare un corpus di regole grammaticali, morfologiche, sintattiche, ortografiche, persino fonologiche, che è come dire la trasformazione del dialetto e del vernacolo in lingua, appare di difficile, se non di ardua o impossibile realizzazione, sembrerebbe invece una più opportuna soluzione la creazione di un codice ortografico comune e condiviso che, nel rispetto di ogni singola parlata, consentisse tuttavia di eliminare le difficoltà di lettura dei testi; da anni se ne discute, fin  dai tempi del mai dimenticato prof. Giorgio Piccitto, l’autore del Vocabolario siciliano.

Non  c’è dubbio che i canoni dialettali vanno impoverendosi sempre più e che sembrano resistere alle innovazioni soltanto nel fare poetico, mentre nella dialettofonia la contrazione è assai evidente, soprattutto nelle fasce giovanili, per le forzature della lingua italiana i cui termini vengono spesso dialettizzati o almeno foneticamente dialettizzati, creando uno strano impasto linguistico quasi fosse una varietà regionale dell’italiano, e di fatto operando una modifica e un  depauperamento della terminologia e delle strutture linguistiche dialettali, che vengono trasformate costantemente dall’influsso di svariati fattori innovativi, con la conseguente creazione di inusitati e inaccettabili neologismi dialettali. Perché ciò avviene? Il dialetto, come si sa, è storicamente e strettamente legato alle società dominate, contadine e artigiane, e non alle classi egemoni, come dire a quei ceti dai contadini e dagli artigiani da sempre ambìti e oggetto di imitazione. La cultura non egemone, depositaria di millenarie tecniche produttive, di storia, di cose, di abitudini vissute sulla matrice del dialetto, da qualche decennio sembra ormai agonizzante e in via di estinzione. Inoltre da molte parti si afferma che la dissociazione dal linguaggio abituale e dalle forme quotidiane fondate sul dialetto è il nuovo prezzo che le classi dominate pagano alla manipolazione dei valori e dei miti operata dalla civiltà moderna. I linguisti avvertono che siamo di fronte all’inarrestabile declino linguistico dei dialetti, cui è associato lo svuotamento culturale della società subalterna. E qui appare opportuno fare una differenza tra poeti dialettali colti e poeti dialettali dilettanti, almeno come si è registrato in quest’ultimo ventennio. Ora, mentre i poeti colti hanno operato ed operano con un registro linguistico raffinatamente letterario e abilmente usufruendo dei privilegi che offre la parola dialettale, i poeti dilettanti utilizzano un registro che diremmo rustico, e tuttavia più coerente alla tradizione orale e all’evocazione del mondo della memoria. L’accostamento degli intellettuali siciliani alla dialettalità è soprattutto un’elaborazione “ideologica” che ha precisi caratteri in cui convergono retaggi storici, ma anche aspirazioni non sempre ben delineate. E tuttavia, l’adozione del dialetto non pone più per nessuno vincoli tematici, come si registra volgendo in giro lo sguardo nella vasta e variegata produzione poetica dialettale, non solo siciliana. Nella pagina del dialettale approdano sempre contingenti di realtà infinitamente più densi di quelli rintracciabili sulla pagina del poeta in lingua. E ciò accade perché la sua percezione del mondo avviene attraverso la lingua della realtà, la lingua originaria, la lingua materna, il dialetto, a diretto contatto con i referenti antropologici e culturali della sua storia. Il fascino del nostro dialetto consiste, come si sa, nell’essere il risultato di diverse culture. Questo spiega la diversità dei sottodialetti, delle varie parlate, delle differenze fonetiche e lessicali tra le tante varietà della nostra isola, che si notano anche tra paesi viciniori. Mantenere codesta diversità, che reputo preziosa, significa mantenere la nostra identità, riconoscersi in un solco che abbiamo il dovere, il sacrosanto dovere  di tutelare e di alimentare. Il dialetto, insomma, è veramente il sangue arterioso della nostra lingua.

 2 ) – Tra violenza e onore

di  Enzo Papa

“La violenza sessuale è sempre esistita, spesso non giudicata un crimine, ma piuttosto una violenza addirittura “grata puellis”, come scrive Ovidio nella sua “Ars amandi”; san Tommaso collocava lo stupro al penultimo posto nella gerarchia dei peccati di lussuria, dopo l’incesto, l’adulterio, il rapimento”.

copertina TRA VIOLENZA E ONOREE’ questo il sorprendente avvìo dello studio di Renata Russo Drago (“Tra violenza  e onore”, Le donne nei processi penali del periodo borbonico, 1819-1859, Lombardi Editori) che già incuriosisce e lascia presagire una lettura di estremo interesse, culturalmente e storicamente ineccepibile sotto diversi punti di vista. Frutto di una appassionata e per tanti aspetti coinvolgente ricerca d’archivio, questo libro di Renata Russo Drago, la cui lunga e vasta opera di ricercatrice e storica abbiamo da sempre ammirato, si pone ora, in questo momento così particolare in cui il “femminicidio” sembra essere all’ordine del giorno, come un prezioso riferimento a significare come vengano da molto lontano la violenza, la brutalità, l’oppressione operate contro le donne. L’autrice prende in esame con una pazienza veramente ammirevole e certosina documenti, atti, sentenze, processi penali del periodo borbonico conservati nell’ Archivio di Stato di Siracusa, li esamina, li decodifica, li contestualizza e ce li offre alla riflessione. Fu Ferdinando IV di Borbone, che unificando nel 1817 il Regno di Napoli e la Sicilia sancito dal Congresso di Vienna e diventando  Ferdinando I re delle due Sicilie, diede  un nuovo assetto amministrativo e giudiziario al nuovo Stato. Così in ciascuno dei 7 Valli amministrativi in cui venne divisa la Sicilia si istituì un’  Intendenza, quella che noi oggi chiameremmo Prefettura e, subito dopo, il Tribunale civile e la Gran Corte Criminale, che faceva  esplicito riferimento alla legislazione del Codice Napoleonico.

Imago x libro Renata Russo Ed è proprio nel fondo archivistico della Gran Corte Criminale che Renata Russo Drago ha affondato il suo bisturi a scoperchiare e a portare alla luce la condizione femminile delle “escluse dalla storia”, operando una sorta di “discesa agli inferi” in un mondo mai realmente indagato e per noi del tutto sconosciuto, o meglio conosciuto solo attraverso gli studi dei demologi del secondo Ottocento che registravano e ci offrivano tuttavia soltanto il sentire popolare sulla condizione di subalternità della donna che, a leggere, per esempio, Salvatore Salomone Marino, aveva un valore inferiore a quello dell’asino, la cui morte era ritenuta assai più grave di quella della moglie o della figlia. Il calviniano “sotto-inferno” femminile portato ora alla luce, dove la donna, quasi una proprietà del marito-padrone, poteva e doveva subire ogni sorta di violenza quasi senza repliche, fa emergere un complesso sistema giudiziario in cui le donne appaiono quasi sempre vittime perdenti e generalmente mai del tutto soddisfatte dalle sentenze assai spesso equivoche, ambigue e affrettate, come se il processo fosse stato inutilmente fastidioso perché “la sudditanza femminile è generale e come codificata anche se in norme non scritte”. E tuttavia non sempre è così. E si sorprende l’autrice perché “è comunque interessante osservare come in un mondo per tanti aspetti ancora arcaico e molto arretrato, appena sfiorato dalle vicende storiche contemporanee, le istruttorie siano molto spesso ispirate a criteri moderni, corredate di perizie e reperti, nelle quali appare persino il cosiddetto “confronto all’americana” per il riconoscimento dei colpevoli. Si può concordare col La Mantia, il quale afferma che “la legislazione civile e criminale delle Due Sicilie potea dirsi opportuna alle nostre condizioni e degna di un popolo civile”.

E’ un’indagine a tutto tondo, a 360 gradi, e l’autrice, riportando ovviamente nomi di luoghi, date e persone, raggruppa in sezioni gli esiti del suo pellegrinaggio nell’oscuro mondo giudiziario borbonico. E così registra processi per stupro, per adulterio, per infanticidio, per parto cesareo, per aborto procurato, per percosse seguite da morte, per uxoricidio, per veneficio, per matrimonio clandestino, consentendoci un viaggio, doloroso sì e inquietante, in un universo, in un microcosmo, in una inedita microstoria che non può non avere un ruolo e una funzione in una visione più vasta della storia delle donne e  nella conoscenza non soltanto giuridica di un momento storico. Non ritiene tuttavia, Renata Russo Drago, che il suo studio sia esaustivo, anche perché “l’utilizzo delle fonti criminali nella ricerca storica è un campo in cui si è ancora inesperti”, e tuttavia la studiosa apre “una nuova prospettiva di ricerca sul passato per conoscere una parte della storia delle donne non ancora esplorata”.

3) – IL FASTO BAROCCO  NELLE FESTE PATRONALI IN VAL DI NOTO

di Enzo Papa

 Cop TRIGILIA “La storia della città è una storia complessa, summa di tante altre storie. Disciplina trasversale, nella storia della città entrano in gioco tanti saperi: dai risultati di scavo ai restauri, dalla storia sociale e politica alla storia dell’arte, all’antropologia, dalla lettura diretta dell’architettura e della città ai suoi piani urbanistici”. E’ questo l’avvìo  del sapiente studio di Lucia Trigilia, docente di Storia dell’Architettura Moderna, nel volume “Le immagini raccontano la città. Artificio e devozione nel siracusano”, splendido libro-strenna della Raffineria Esso di Augusta, edito da Lombardi Editori; annuale, attesa e desiderata strenna di fine anno, che testimonia da sempre la sensibilità dei dirigenti della Raffineria di Augusta verso il territorio del siracusano, e che va lodevolmente a surrogare la mancanza di attenzione (ma anche di mezzi) degli Enti preposti alla sua tutela e alla sua valorizzazione, come ben ha voluto evidenziare il Prof. Ignazio Buttitta nella serata di presentazione del volume. Il patrimonio culturale di una città, di un gruppo sociale, è costituito anche dal patrimonio immateriale, come quello delle tradizioni popolari e delle feste patronali, a saper leggere le quali un universo di informazioni si apre come un diorama all’attenzione degli studiosi; non solo, ovviamente, sui comportamenti, sulle abitudini, sulle usanze, sui retaggi storici, ma perfino sul dialetto. E non c’è dubbio alcuno che tale patrimonio immateriale, in fondo non secondo al più visibile patrimonio architettonico e monumentale,  gioca un ruolo importante nella definizione della storia di una città.

Di tale patrimonio si occupa questo libro, cioè delle feste patronali dei paesi del Val di Noto e della loro relazione con lo spazio cittadino, con la struttura urbana. Visitare uno di codesti paesi nel giorno della festa del santo patrono riserva indubbiamente “inattese emozioni”, giacché è proprio nella festa più importante che si disvelano le armonie e le disarmonie, come dire “il legame tra festa e città e il valore della festa come arte della città”. Del resto in tante immagini popolari la figura del santo patrono è sovraimpressa all’immagine della città da proteggere, quasi a voler sottolineare un legame indissolubile che contribuisce a creare l’identità della città. Siracusa, ad esempio, è la città di santa Lucia, Palermo quella di santa Rosalia, Catania quella di sant’Agata, e così via. E come non pensare alle descrizioni delle feste religiose siciliane di Jean Houel, le peintre du roi? Si pensi poi che il Val di Noto è il centro e il cuore del barocco siciliano per cui la festa religiosa, “rituale collettivo storicamente determinato e sopravvissuto per nelle trasformazioni dei vari centri”, mantiene  ancora quel fasto barocco che sembra riflesso dall’opulenza, dall’eccesso, dallo stupore e dalla “maraviglia”  dei palazzi e delle chiese: una disarmonica armonia, o una sorta di consoliana anarchia equilibrata che solo qui si registra e si può ammirare: l’arte barocca dell’effimero e l’arte barocca della nobile architettura. Due sono le chiavi di lettura di questo prezioso libro: la prima è costituita da immagini d’epoca, cartoline e foto storiche raccolte tra collezionisti, soffitte, archivi privati e biblioteche pubbliche, che è come  affondare lo sguardo nel passato, alla ricerca di un confronto che giustifichi il presente. L’altra chiave è costituita, per certi aspetti in modo speculare, dalle preziose immagini documentarie di Giuseppe Muccio e Attilio Russo, introdotte da Simona Gatto, per un confronto che giustifichi il passato e la tradizione, ordinate come una narrazione fotografica dello spazio e del tempo della festa.

ENZO PAPA Conferenza BUFALINO Volalibro 010

 

  ENZO PAPA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Comments are closed.