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Sfogliando la parte conclusiva del volume di Nuzzo Monello

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Sfogliando la parte conclusiva del volume di Nuzzo Monello

L’Infiorata di Via Nicolaci  il nuovo Epònimo,

l’Arazzo floreale del “Giardino di pietra”.

Sfogliando la parte conclusiva del volume di Nuzzo Monello:

QUINTA ED ULTIMA PUNTATA

 Noto,11 Ottobre 2021- Le prime quattro puntate del presente servizio sono state pubblicate su questo giornale il 12 e il 20 Giugno, il 21 Luglio e l’11 Settembre 2021, mentre concludiamo la pubblicazione delle PAGINE SCELTE dall’ultima parte del volume di Nuzzo Monello, dedicata all’opera dell’Amico dott. Corrado Celeste che tratta dell’Arte del famoso ebanista netino Ugo Tedeschi,attivo sino al 1992 ed erede d’una secolare tradizione nella lavorazione del legno nella nostra Città. 

di Nuzzo Monello

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“I stigghi fanu u Mastru”

La Noto del ‘700 nelle ultime tracce del mobiliere d’arte,

del restauro e dell’impiallacciato, le vetrine, le trasparenze, le modanature.

di Corrado Celeste

Corrado Celeste

Corrado  Celeste è nato a Noto. Laureato in Pedagogia, è dal 1988 Direttore dei Servizi Generali e Amministrativi presso il Miur. È stato amico affettuoso del giornalista Corrado Caddemi, con il quale ha collaborato al “Giornale del Sud”. Inoltre suoi iscritti sono apparsi su: La Gazzetta di Noto – Noto, La Gazzetta del Sud – Siracusa, Orizzonti Pedagogici – Agropoli. Sin da giovane ha partecipato alle iniziative culturali e sportive locali. In particolare il suo attivo impegno si espletò con la cooperativa “il Carretto” per tutti gli anni ’80. Dal 2000 al 2015 si è occupato di formazione nell’ambito dell’organizzazione dei servizi scolastici ed ha anche curato la progettazione e la diretta gestione di finanziamenti dell’Unione Europea. Ha curato con note critiche, ”Il malessere dei segni”, su “L’Arte  fra  le  mani”  Sogni  e  Storie  d’Artista  di  Nuzzo Monello – Sicula Editrice-Netum – 2018.  È stato tra i relatori e firmatari del verbale manifesto Artsenso “Progettare la Casualità” sull’opera artistica di Nuzzo Monello. Simposio/Dibattito tenutosi il 29 marzo 2019 nel “Salone delle Feste” di Palazzo Nicolaci di Villadorata in Noto, sotto il patrocinio delle Città d’Arte Avola e Noto.

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Alla mia famiglia per l’emozionante percorso di   vita  che da sempre  e intensamente mi accompagna, stimola e sostiene come continua gioia di vita. A tutti i miei tanti cari amici per la forte,  vera  ed  autentica  presenza  da sempre condivisa.

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Come nell’aprire un cassettone del trumeau  dei nonni per rovistarvi dentro ripulendo, si spera di trovarvi i ricordi più belli, così si spera di rivedere Mastru Ugo nta putia ca punta ri pulire a raschiare ogni minima escrescenza e passar di lucido l’ultimo merletto. Tra i tanti ricami intarsiati, l’ultimo è un dono alla  figlia  Anna Maria, perché possa far risuonare tra le luci e le chiacchiere di salotto, gli indiscreti pettegolezzi della putia e gli echi sonori di vite laboriose.

Premessa

È sempre bello agganciarsi ai quei ricordi che accarezzano gli anni più giovani, quando pensieri e fatti, vissuti con forza e vigore, ritornano come fossero ancora attuali, perché contenevano già, uno spirito ricco e pieno di speranza, la voglia intensa di conoscere e di fare. Ricordo quegli anni ’80, quando, tra le criticità socio-politiche ed economico-culturali di cui soffriva la comunità notinese, una caratteristica comune alle piccole realtà cittadine, la cooperativa “il Carretto”, di cui ero socio costituente e segretario, rappresentò il fulcro promotore di tantissime fruttuose iniziative. Sorta proprio negli anni in cui fu affidata l’eccellente direzione artistica dell’Infiorata di via Nicolaci a Nuzzo Monello (presidente), anni in cui non mancarono confuse opinioni e insofferenze da parte di alcune associazioni e movimenti.

In città, al successo delle prime edizioni dell’Infiorata di Via Nicolaci, si tentò di far passare l’idea di un frainteso diritto di priorità culturale, che cercò di provocare una riduzione dello stesso spazio dedicato all’ “Arte”. Ma la potenza espressiva che evocava il tappeto di fiori non poteva piegarsi a vani tentativi, perché non poteva che essere alimentata, esclusivamente, dalla sensibilità e dalla competenza degli artisti. Sin dalla sua prima edizione, la sua stessa connotazione di evento si  definiva  e  già  si  affermava  come  “un’esperienza  unica,  organizzata  con  un  fine specifico”. In siffatto contesto “il Carretto” si discostò dalle infruttuose polemiche e da ogni dissapore, convogliando tutte le energie che segnarono la direzione e l’organizzazione da maggio ad agosto e persino a Natale, di molteplici e apprezzate mostre d’arte, comprese mostre per la valorizzazione di ciò che rimaneva dell’artigianato locale. Chiese e ottenne dal Principe Villadorata, Corrado Nicolaci, la dismessa “ciazza”, l’ex mercato della carne e del pesce, per implementarvi “il mercato dell’arte” ed aprì nel C.so Vitt. Emanuele, la “Galleria d’arte moderna”. Proprio in quella Galleria, nell’ambito della “Rassegna d’arte varia dell’estate notinese 1986” fu ospitata la “Mostra dell’utensileria dell’ebanista ~ 50 anni di artigianato ~ IL LEGNO ~” che in catalogo di seguito viene riproposta. Grazie a Nuzzo Monello mi è possibile, da storico socio della cooperativa e curatore di parte delle relazioni con gli organi di stampa, ricomporre il menabò fotografico di quell’allestimento accompagnato dal depliant-guida didattica alla mostra originale.

SFOGLIA IL CATALOGO DELLA MOSTRA:

CATALOGO MOSTRA

Non è solo questione di fiori

La Bellezza nell’Arte

Un tappeto di fiori, quello di Via Nicolaci a Noto. Ogni anno ricorre questo meraviglioso evento non per ricordare la festa alla primavera, questa è madre natura a ricordarcelo con tutte le sue infinte esplosioni di bellezza, nei parchi, in aperta campagna, al mare e in montagna, perché Via Nicolaci è tutt’altro. È opera dell’uomo, della genialità creativa che non può confondersi, con generici pur se importanti eventi festosi. L’infiorata per essere conforme ad una nomenclatura attuale potremmo  definirla  DOC,  DOP  o  quant’altro  di  simile  possa  farcela  immediatamente riconoscere e individuare. Ad essere sinceri è tanto difficile poterla definire, perché non è solo un evento di primavera, non è, e non può essere, il solito appuntamento annuale.

Ma che cos’è allora l’Infiorata di Via Nicolaci? Dovremo spostare l’asse di attenzione per avere un’idea più reale e consona alla sua eleganza. È sicuramente l’incontro con un grande momento di rinascita della città. Attraverso l’Infiorata ogni anno Noto si è ritagliata uno spazio, un momento, anzi faremmo bene a dire tanti momenti, perché ne fanno parte sia quelli passati che quelli che verranno. Momenti “già stabiliti” in cui questa nostra meravigliosa città barocca ha la possibilità di rinnovarsi, di manifestare la sua voglia di crescita. Confronto e sviluppo sono i target di riferimento a livelli molto alti. E ciò avviene attraverso la più delicata e soave manifestazione d’arte che un tappeto di fiori può offrire al mondo intero.

Questo è il primo livello espressivo in ordine di importanza estetico-culturale che si può attribuire all’Infiorata. Cosicché sorge spontanea la domanda, qual é il secondo livello per importanza? L’ordine organizzativo, sì è questo l’aspetto imprescindibile, in quanto intrinseco alla sua stessa esistenza e continuità, perché un momento di rinascita non può essere considerato un evento occasionale, annuale, ma è una carta vincente per la città che si attesta, in un progetto di continua crescita a presentarsi sul piano internazionale. Deve necessariamente esistere uno spazio organizzativo assegnato agli “artisti”, che è quello di saper elaborare e proporre il valore creativo del bozzetto o meglio “il messaggio artistico”,  rapportato  all’unisono  fra  i  16  bozzetti  nella  piena  e  autentica  libertà  di espressione che l’arte sa fare. Questa è la scelta, la strategia, che può garantire ogni anno all’Infiorata di Via Nicolaci autenticità ed esistenza nel tempo. C’è un altro spazio organizzativo che la mantiene e la potenzia ed appartiene alle forze messe in campo dall’Ente locale per curare puntualmente le relazioni con tutte le agenzie internazionali, nazionali e locali, comprese le associazioni, i movimenti culturali, le scuole. Noto ogni anno ha un appuntamento interculturale  di livello mondiale. Quale immagine vorremmo noi tutti per Noto da offrire al mondo che ci guarda?

Sin dalla sua nascita l’Infiorata di Via Nicolaci ha dimostrato di possedere una forza identitaria prorompente che all’interno dei processi di globalizzazione riesce a mantenere il suo status di evento pieno e autentico che ogni anno si rinnova. In tutto questo tempo ha viaggiato per il mondo costruendo una rete di relazioni interculturali stabili e produttive destinate al bene comune per la città, al punto che la stessa globalizzazione le assegna il valore che merita. Non è una festa popolare o tradizionale, affievolita dalla espansione folkloristica, destino cui sono soggette molte feste e tradizioni locali. A salvarla e proteggerla dall’erosione del veloce flusso del sempre nuovo, del già visto, è la sua forza culturale: l’Arte, dalla quale essa è stata concepita e si nutre.

L’infiorata di Via Nicolaci è un meraviglioso tappeto di fiori che predispone gli animi verso una grande piazza surreale dove avviene l’incontro tra le “Arti” e ciò produce e suggella l’atmosfera del “bello” come luogo che oltrepassa la dimensione della realtà sensibile. È lo spazio “espressivo” degli artisti e perciò anche di quegli artigiani che hanno vissuto per il decoro della propria arte. È uno spazio dove la forma è già in sé sostanza e non un qualsiasi involucro da scoprire, al cui interno, forse, si potrebbe trovare il bello. E  Noto  per  sua  connotazione  culturale,  dalla  struttura  urbanistica  che  concentra un’architettura “chiaroscurale”, voluminosamente composita, frutto di un artigianato che si è fatto evento, in linea di continuità con la sua storia e vocazione, meritava la grande occasione che ne rimarcasse nel tempo la pregevole atmosfera.

In  occasione  delle  prime  edizioni  dell’Infiorata,  a  supporto  della  città  coagularono numerose iniziative da parte di un gruppo di artisti locali e di associazioni artigianali e culturali. Eventi che rafforzarono il desiderio di importanza che l‘Infiorata di Via Nicolaci cominciava a delineare. Era un effetto estensivo. C’era un prima e un dopo Infiorata e la città era in continuo fermento. Profonde e coinvolgenti le parole del Caddemi in “Il mercato dell’arte”, a ciazza, piazzetta del mercato dall’8 al 25 Agosto 1985, dedicata agli “Scalpellini come protagonisti”. Luogo espositivo, concesso da Corrado Nicolaci Principe di Villadorata, in riuso agli artisti della Cooperativa “Il Carretto”. Ricordare non è solo un modo per onorare il passato, perché il passato è parte di noi, dà valore al presente nella misura in cui ogni esempio riesca a tracciare significativi e fruttuosi modelli di valore.

Per questo, rileggere alcuni passi lirici del Caddemi, dedicati agli “scalpellini come protagonisti”, mi procura una grande emozione, soprattutto per la forza ed il rilievo con cui riescono a descrivere il valore di quegli umili ma grandi uomini:

“Un blocco di pietra, squadrata, una mano che impugna il martello e vibra colpo su colpo, senza posa, e l’altra stringe decisa, orientata, lo scalpello o la sgorbia, mentre la polvere, acre, mista a minute scaglie, si sparge intorno, sino ad imbiancare mani e volto.

All’aria aperta, nelle torride estati Siciliane, i più fortunati sotto un pergolato o alla tenue ombra dei gelsomini, gli occhi arrossati, secchi, lavoravano da mane a sera gli scalpellini di Sicilia. […] e sulla pietra proiettavano immagini di speranza, di riscatto, sorretti da atavica saggezza […]

Avevano un’anima antica, forse più antica della pietra che intagliavano […] Intagli come ricami su pietra […] Gli scalpellini, questi silenziosi, anonimi protagonisti di una cultura popolare quasi dimenticata, instancabili sognatori, che spesso lacrimavano scaglie di pietra.”

Queste note di Corrado Caddemi frutto di un lavoro integrato nella Noto degli anni ‘80 tra ricerca e critica fotografica, tra raccolta documentale e mostre, tra cultura antropologica dell’artigianato locale e collaborazione giornalistica, si attestano come processo creativo della storia, dell’idea culturale di Noto nei primi anni dell’Infiorata di Via Nicolaci. Le condizioni favorevoli ed i fermenti coinvolgenti ne testimoniano gli esempi e ne conservano il valore. Iniziative che hanno sicuramente segnato le direttrici di sviluppo socio-culturale all’interno di un progetto ove l’Infiorata di Via Nicolaci nacque come occasione di sviluppo per la città, come guida, menabò di interessanti “appuntamenti culturali”, in un presente che accettava la forza espressiva del suo passato, per rinvigorire gli animi, convogliare le risorse, attirando a sé tutta la bellezza delle arti e della cultura. Con i fiori veniva imbandita l’area su cui operare.

Non è solo questione di attrezzi

L’Artigiano faccia a faccia con gli attrezzi

(I stigghi fanu u mastru)

Mostra dell’utensileria dell’Ebanista 50 anni di artigianato ~ IL LEGNO ~ Dal 24 al 31 Agosto 1986

Ho davanti le immagini di un antico trumeau del ‘700 ricoperto dal peso degli anni che stimolano risonanze come le scaglie di pietra degli scalpellini descritti dal Caddemi e mi portano ad apprezzarne le sue linee, la sua eleganza, la sua bellezza. La vista mi pone curiosamente l’immaginario confronto fra ciò che era stato prima, e ciò che è divenuto dopo. Foto di un vecchio trumeau logoro dall’uso, stratificato dalla polvere, lasciato al suo triste destino, depredato dall’umidità alla sua funzione originaria, che ne suggerisce l’inevitabile epilogo cui sono soggetti i vecchi mobili, abbandonati, destinati in molti casi, a far parte della legna da ardere.

Un disegno di Ugo Tedeschi

Altre foto impongono una realtà opposta, invogliante: lo stesso trumeau rinnovato e restaurato. L’ebanista vi ha poste le mani taumaturgiche, la paziente cura delle sue rughe e piaghe, il rinvigorimento della sua struttura, lo splendore del lucido delle vetrine. Non si direbbe che si tratti dello stesso pezzo. Ma le due immagini per quanto utili a metter in atto il confronto, per valutarne la bellezza o il pregio del restauro, l’importanza dell’intervento e godere del prodotto finito, mi scuotono dentro e la mia mente comincia a vagare tra percorsi che si antepongono al prodotto. Non è più il trumeau ad incuriosirmi. E non certamente per sottovalutarne il valore. Il pensiero vaga sull’importanza del fare creativo dell’ebanista, dell’artista. L’idea di fondo, che mi appassiona a procedere su questa linea, comincia a richiedere un primo spartiacque. Scelgo dapprima il percorso del fare creativo puntando sulla plasticità dell’artista, sulla sua capacità di adattarsi al massimo, avendo cura di ogni passaggio, dalla preparazione dei materiali per il restauro, al modo come affrontare i tempi.

Si potrebbe dire: che vuoi che sia, si tratta di un esperto. E invece no, non è poi così ovvio.  Cercare  di  carpire  gli  spazi  progettuali  che  percorrono  la  sua  mente  fa  molta differenza. È come avviare un processo di empatia, essere vicini per qualche attimo al pensiero dell’artista. Tentare di avvertire in che modo l’esperto deve avere cura, attenzione, pazienza, aspettare i tempi, sentire con le mani, scavare accarezzando. Tutto ciò mi fa pensare ad una relazione fra l’artista e l’oggetto che genera attaccamento, delicatezza, rispetto. Stabilisce i tempi e gli interventi del suo lavoro attraverso un modello orientato alla plasticità del fare, che diviene, innanzitutto, rispetto per l’oggetto che ha davanti a sé. Di questo ne sono convinco ma non sono del tutto soddisfatto. Qualcosa ancora mi dice che devo tornare indietro. Sicuramente devo affrontare il percorso assumendo una visione più ampia, una veduta d’insieme. Sarebbe meglio dire che la mia visione risulta ancora sincretica, sfogata. Ritorno sulle due immagini e la curiosità mi riporta ancora indietro ad apprezzare non tanto il prodotto finito ma quel vecchio mobile, come era prima e come un processo “trasparente” lo abbia reso così bello dopo. Tra il prima e il dopo la sua lucentezza non è l’unico valore aggiunto che lo ha reso bello e di nuovo fruibile, non gli ha solo donato una seconda vita, ma è anche la vera vetrina espressiva del progetto ideato, perché l’artista prima di agire con le mani ha già in nuce il valore dell’intero processo, ponendosi sempre davanti al suo manufatto, come soggetto responsabile portatore di bene.

La plasticità e la trasparenza dell’artista sono il connubio che fissa la forza delle sue mani e la potenza delle sue idee, sono la vitalità di quel lavoro che attraversa e penetra con rispetto la vita di tutti i giorni rendendo vere, dinamiche e autorevoli le relazioni sociali. E tutti gli artigiani, artisti protagonisti del loro lavoro hanno sempre operato con grande umiltà,  risorsa  preziosa  che  ha  generato  una  “ferrea  plasticità”,  quasi  un  modo  per dichiarare la ferma convinzione a voler rendere malleabile tutte le risorse che il lavoro materiale richiede per raggiungere il bello del loro lavoro. Ma anche la trasparenza nel suo progetto di lavoro trova posto come qualità che non inganna, perché gli permette di spendere tutta la sua dedizione affinché l’intero processo metta in luce il prima e il dopo. Nelle mani dell’artigiano la plasticità è come acqua che disseta, che fonda la sua essenza creativa, la sua potenza espressiva primordiale, ancora informe, trasformando, con il suo lavoro, un oggetto a manufatto d’arte.

L’artista senza questa plasticità incontrerebbe infiniti ostacoli. Non si ferma e lavora per superarli, affina, plasma e prepara la bontà delle azioni perché il suo fine è più importante del disagio e della fatica che gli ostacoli gli impongono. La trasparenza, invece, è come fuoco  che  riscalda  le  notti  gelide,  perché  riesce  ad  esprimere,  attraverso  le  mani  di quell’uomo  umile,  di  quell’artigiano  convinto  e  consapevole  di  doversi  piegare  al  suo oggetto, tutto il vero potenziale inespresso che ha dentro, quel potenziale che aspetta di essere portato fuori. Un potenziale che viaggia dal mondo interiore e affiora all’esterno per appartenere a tutti. Ecco che attraverso questa prima parte del viaggio, la trasparenza accende quella luce dal profondo della coscienza e passa dal profondo interiore dell’artista che dona tutto e nulla tiene per sé. Senza alcun vincolo, la sua opera creativa stabilisce un nesso tra sé, l’oggetto ed il mondo esterno. Chiunque di noi abbia la forza, per un attimo, di fermarsi  a  guardare  un  oggetto  d’arte,  mosso  dalla  curiosità  di  queste  fasi,  di  questi passaggi interiori dell’artista, potrà trovare la strada per un confronto affascinante con la “bellezza”.  Certo è questo il punto interessante, prima di focalizzare il valore estetico del manufatto realizzato, avrà scoperto la bellezza dei processi interiori, che diviene il vero e primo aspetto estetico, il punto di forza fondamentale e trasversale ad ogni attività umana. Rimanendo all’interno di questa traccia critica emerge spontaneo il senso, il valore da attribuire al fascino della mente dell’artista, alla sua velocità di pensiero e alla necessità di rallentare, perché l’unione di pensiero, mani e passione richiede l’armonia degli equilibri in quanto parte essenziale della bellezza.

Ma quali sono gli attrezzi che utilizza l’ebanista? Ricordando il nostro caro concittadino Ugo Tedeschi, nella sua lunga e proficua “storia” di ebanista, che ha prodotto manufatti di pregio, è facile far scorrere i ricordi. Il viaggio nel mondo vivo dell’artista, dell’ebanista comincia a partire dall’uso degli attrezzi poveri. Il pentolino utilizzato per la preparazione della colla a caldo (u pignatu pa codda), le squadre in legno (indispensabili per regolare a 90° listelle e tavole), la mazza in legno (a mazza i lignu, utilizzata per gli incastri), le pialle (u chianozzu pi apparicciare, pialla per livellare), (u chianozzu a pallino – per livellare piccole superfici di liste e tavole), (u chianozzu a denti – piallino dentato per rigare superfici da unire con colla o da impiallacciare con “fugghette” di legni pregiati), piallini per cornici (u chianozzu pi scurniciari – utilizzati per la realizzazione di  cornici, secondo il taglio sagomato della lama), compasso per calibrare o a spessore, scalpello (scarpeddu – per incidere e per intagli). La lista appena elencata è solo una piccolissima parte del mondo degli attrezzi poveri che appartengono all’ebanisteria. Mi fa molto piacere ricordarli e poterli ammirare. Gli attrezzi hanno un fascino antico e l’arte in tutte le sue espressioni rivolge sempre la giusta attenzione agli attrezzi. L’uomo e gli strumenti di cui si avvale nel suo lavoro hanno sempre trovato uno spazio empirico, fattuale ma, allo stesso tempo, hanno prodotto una magica traslazione iconica, esemplare. Mi viene in mente, fra le diverse opere di Vincent van Gogh “Mezzogiorno di riposo”, la straordinaria postura assunta dai due contadini che nel riposo esprimono un momento di assoluta e meritata libertà, dopo il durissimo lavoro, di infinita pace da godere insieme ai loro compagni di viaggio: le scarpe e i due falcetti in un campo di grano e dietro i covoni che ne confermano la grande fatica.

È stata la rilettura del catalogo “I stigghi fanu u mastru” curato e pubblicato dalla “Cooperativa il Carretto” di Noto nell’anno 1986, a farmi navigare tra le riflessioni e i ricordi del passato. Tra passato e presente le immagini mi hanno trasportato profondamente nella bellezza dei processi creativi. Gli attrezzi, dell’ebanista e i suoi manufatti sono diventati un’occasione di viaggio nel tempo passato per approdare a quello moderno, sentire pulsare come ancora vive le vibrazioni di antiche e sapienti mani e trovare quell’affinità e quel bisogno di umanità che l’arte ancora sapientemente ci offre nella complessità delle moderne professioni. La povertà di questi attrezzi, la loro composizione, il modo di utilizzarli, messi a confronto con la potenza degli attrezzi delle moderne tecnologie ci potrebbe indurre a pensare che oramai appartengono ad un mondo trascorso, sepolto, obsoleto. Ma non è questo il senso. Sicuramente il senso risiede sul fatto certo che gli attrezzi sono stati e sono sempre funzionali e, quindi, strumentali alla realizzazione del prodotto. Sono parte integrante del processo, sicuramente indispensabili, ma solo parte funzionale e strumentale.

Quando si dice che gli attrezzi fanno il “mastro” (“i stigghi fanu u mastru”) nei tratti di contorno questa affermazione può ancora trovare posto con valore molto generale. Ma nel particolare del suo profondo significato tale affermazione non può avere quel valore assertivo che la risonanza popolare generalmente gli riconosce. Non fosse altro per il fatto che ogni attrezzo è frutto dell’opera della genialità creativa dell’uomo, pensato e realizzato per il solo fine di usarlo, manipolarlo, cambiarlo e affinarlo per migliorare costantemente la realizzazione dei suoi progetti di lavoro. Per ottenere plasticità d’uso, per ricavarne tempi più congrui nella realizzazione, per sentirlo più adatto ai propri bisogni di modifica della materia lavorata. E in tutto ciò l’attrezzo povero o meno povero è stato pensato e realizzato con valore esclusivamente strumentale, certamente, come parte di un processo calato in un “tempo” che la storia a noi tutti ricorda. Fasi e periodi del fare umano, dell’homo faber.

Ugo Tedeschi: Trumeau stile ‘700 veneziano.

A rimarcare il discorso sugli attrezzi, per un attimo, attira la mia attenzione la “mazza in legno” utilizzata nella bottega, in particolare nella sistemazione degli incastri detti “mecci”. Per analogia le riflessioni su questo processo fruttuoso e operativo dell’artista trovano i primi “incastri”, e quasi riesco a trovare una piccola luce, un punto d’incontro tra la forza produttiva del passato, ancora attuale, e lo stile della modernità che comprime, schiaccia ciò che è stato, per proiettarci sulle grandi dimensioni, sull’extra, sul più attuale, sul più moderno, sull’idea che tutto è già superato. Sento anche che imbattersi in un confronto degli opposti, fra la realtà del passato e quella del presente è una sfida difficile. In fondo però tutto ciò mi fa sperare di poter puntare su una possibile necessaria comparazione.

Non è solo questione di innovazione

Dal trumeau al computer, un possibile punto d’incontro

Dagli Artisti degli antichi mestieri agli Artisti della realtà virtuale

Dietro un trumeau e ad un computer risiedono saperi e linguaggi che producono, attraverso la plasticità e la trasparenza, la bellezza del prodotto realizzato. Ma due prodotti così diversi possono essere comparati? Con buona probabilità si, facendo però ricorso almeno a due condizioni che svelano la natura umana dell’operare. Qui entrano in gioco i saperi integrati ai comportamenti, anzi, all’etica dei comportamenti. In buone parole alla plasticità (come resilienza) e alla trasparenza (come lucentezza di un processo che non inganna), negli antichi mestieri che hanno reso il lavoro un processo per realizzare manufatti d’arte. Ciò che è comparabile attiene alle risorse umane del buon operare, un patrimonio che si fonda nei secoli e accompagna l’uomo come bagaglio della deontologia professionale. Questo patrimonio comportamentale appartiene ad una elencazione non esaustiva i cui esempi  sono  riconoscibili  all’uso  di  forme  aggettivanti:  saggezza,  bontà,  buonsenso, equilibrio, sapienza, preparazione, sensibilità, insegnamenti, lealtà. Tutte risorse che si dovrebbero inserire nei solchi interiori che custodiscono la ricchezza di ogni professione di ogni lavoro, di ogni mestiere. Solo l’arte come risultato di un processo lavorativo riesce a svincolarsi da qualsiasi tentativo di resistenza o di annientamento per il fine di un buon risultato.

Nel nostro confronto l’esempio comincia a prendere forma, perché da una parte troviamo una realtà materiale rigida, forte, come la pietra, il metallo, la roccia, oppure una realtà materiale fluida come l’acqua, il vento, il fuoco, e in ognuna di esse la mano dell’uomo opera costantemente per approvvigionarsi e fornire servizi negli scambi e nelle relazioni sociali. Dall’altra il mondo moderno che vive profondamente ed intensamente, un’altra realtà produttiva che ormai investe in maniera diretta o trasversale tutto il mondo delle professioni, affermandosi con effetti invasivi e inarrestabili nella vita e nelle relazioni sociali di tutti giorni. Si tratta della realtà virtuale e ciò è inarrestabile per il progredire della scienza, della tecnologia, per l’avanzare delle civiltà che si collocano nell’inevitabile condizione umana della sopravvivenza e dei grandi benefici che il progresso ogni giorno ci ricorda come testimone di sviluppo, di crescita, di necessità. Oggi il tempo della modernità liquida (Bauman, 2011) ha da un bel po’ segnato la profonda trasformazione di molti settori produttivi lanciandoli su larga scala, compreso quello dell’informazione. Produzioni con esempi sempre più efficienti che danno la misura del confronto e portano subito a volgere lo sguardo spostando il punto di osservazione.

La mia visione si allarga insieme all’orizzonte che ho davanti e velocemente scorro le immagini da moviola che compattano le innumerevoli fasi del lavoro che per oltre un secolo, hanno caratterizzato quello prettamente manuale, quello meccanizzato e quello seriale. Poche immagini raggruppate per puntare diritto sui bisogni e sulle necessità che la grande scala produttiva oggi impone. Non è però solo questione di serialità, perché questa è divenuta anche una conseguenza necessaria, un naturale adattamento alle implementazioni delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro. Macchine, numeri, mercato, computer. La serialità nel processo produttivo, certamente, non impone di dimenticare l’antico profumo della bontà del prodotto. Cambiano i processi ma l’anima produttiva appartiene sempre all’uomo e non alla macchina. Dagli artisti degli antichi mestieri non si può prescindere, il loro saggio modo di operare, di lavorare può rappresentare un mosaico di lunga esperienza fondata sulla genuinità del prodotto. È nostro dovere credere e sperare in questo meraviglioso esempio di vita affinché possa diventare denominatore comune, punto di convergenza nella formazione del mondo delle nuove professioni, momento estetico del nuovo homo faber nel produrre la bellezza, la bontà dei suoi prodotti destinati al consumo.

È questione di un nuovo punto di incontro

L’anima dell’artista un ritorno possibile e necessario

Oggi ancor più che in un recente passato abbiamo bisogno di una chiara e trasparente fase produttiva di ciò che viene realizzato attraverso strumenti informatici che si concretizzano in prodotti-figli esclusivi della realtà virtuale. Prodotti che richiedono una rivisitazione dei processi di plasticità e trasparenza che ne valorizzi il concetto stesso di bontà del prodotto lavorato. Ciò che si vuole sottolineare è che soprattutto la realtà virtuale, nello specifico, ha bisogno dell’anima dell’artista, del processo creativo di cui si sono sempre nutriti gli artigiani del legno, della carta, della pietra, del ferro e dei metalli in genere. Per effetto della complessità delle relazioni nei diversi e nuovi contesti produttivi, i cambiamenti,  figli  della  produzione  seriale,  quella  dei  grandi  numeri  dell’industria, richiedono  un  bisogno  ancora  più  profondo  e  più  attuale  finalizzato  al  recupero  di quell’antico approccio comportamentale capace di favorire l’atto generativo della bellezza. Siamo arrivati al punto. Da una parte, un vecchio logoro trumeau che ha ritrovato una seconda vita, dall’altra l’immenso capitolo della realtà virtuale.

Ci si imbatte in una disparità comparativa immensa. Nella prima l’artigiano produce a stretto contatto con la realtà materiale della sua bottega. Nella seconda il mondo intero delle relazioni, spostate e traslate su immagini, documenti, digitalizzazioni, linguaggi informatici. L’informazione attraverso migliaia di nuovi linguaggi, costantemente aggiornati e sostituiti insieme a software e modelli di scambio comunicativo e lavorativo. Tutto è cambiato. La realtà virtuale porta tutti ad esser vicini e allo stesso tempo lontani per le difficoltà che incontrano, nel tempo, le diverse generazioni, le diverse professioni, gli opposti interessi economici, nel padroneggiare modelli di alfabetizzazione sempre nuovi e in evoluzione. È un modello che ha creato tanta bellezza e funzionalità ma tanta invasione e abusività. Dagli hacker alle truffe elettroniche, dalla pandemia che separa agli incontri telematici che   avvicinano. Anche   il   vecchio   impiegato è stato travolto da questo modello onnipresente, qualche volta evanescente, invisibile. Onnipresente perché la potenza della realtà virtuale si muove in maniera globalizzante, nell’intero pianeta, dalle comunicazioni all’economia, all’agricoltura alla pubblica amministrazione, al commercio. I diversi livelli di utilizzo della realtà virtuale porteranno via via fino all’abbandono del modello cartaceo documentale con le regole che già il CAD (Codice Amministrazione Digitale) ha tracciato. Però, se il mondo delle professioni cambia non è solo una questione di innovazione. Questa  naturale  comparazione  ci  permette  di  vedere  come  da  una  parte  possiamo apprezzare la creazione artistica di manufatti e prodotti della trasformazione materiale, dal grezzo al prodotto finito, che abita uno spazio fisico e che riceve forma e sostanza in un tempo, in una unità di tempo, nella bottega dell’artigiano, dall’altra la realtà moderna, ove la traslazione della materia da oggetto fisico lavorato si è trasformato, in prodotto virtuale. Per alcuni versi, nonostante intrisa del suo consolidato concetto di fantastica modernità, il suo processo di lavorazione viene considerato e percepito come evanescente, una realtà de-materializzata.

Attraverso il profondo cambiamento che velocemente subisce il mondo delle professioni oggi va maggiormente salvaguardata la sfera delle relazioni umane che si concretizzano all’interno dell’attività lavorativa affinché rimanga stabile la modalità “per riconoscersi” e “di riconoscersi”. La stessa identità fisica materiale oggi viaggia in parallelo con la identità digitale, una identità accreditata su tutti i livelli operativi e laboriosi dell’intero pianeta, in grado di potenziare in maniera esponenziale ogni forma di relazione umana. In questa rete fittissima è possibile stabilire un nuovo umanesimo digitale chiaro, trasparente? Forse  neanche  una  maggiore  ed  efficace  alfabetizzazione  del  sapere  tecnologico,  con nuove regole e nuovi vincoli, o un migliore approccio alla conoscenza della realtà virtuale potrà aiutarci ad affrontare obiettivi educativi se non si riuscirà a recuperare, mantenere e potenziare l’antico modello estetico produttivo dell’umile artigiano, dell’artista, l’unico che potrà indicarci il senso, l’orizzonte, per non rischiare di confondere strumenti e mezzi con il bene-essere delle future generazioni.

Torna sempre più attuale il bisogno di conoscere l’orizzonte culturale, i principi cardine che ci permetteranno di recuperare la capacità di navigare nell’oceano dei tecnicismi per fare  emergere  i  valori  che  potranno  accogliere  le  differenze,  arginare  l’isolamento  e allargare l’inclusione sociale, utilizzare le macchine recuperando le priorità. Ritornano alla mia mente l’antico umile artigiano, il vecchio trumeau e i moderni PC lasciandomi ancora forte quella scia, quella traccia che segna il valore estetico degli strumenti della ricerca, come fatica, come processo verso il Bello.

Corrado Celeste

NOTA BENE:

– Le foto di questa puntata sono tutte di Nuzzo Monello –

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