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Sfogliando Eugenio Montale… di Orazio Di Rosa

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Sfogliando Eugenio Montale… di Orazio Di Rosa

SPIGOLATURE FILOSOFICO-LETTERARIE

Sfogliando Eugenio Montale…

di Orazio Di Rosa

NOTO, 14 Maggio 2020 – Con i suoi 1505 articoli apparsi sul CORRIERE  DELLA  SERA, Eugenio Montale rimane uno dei più longevi giornalisti/scrittori, nella storia dell’editoria italiana. Entrato nel quotidiano di Via Solferino, a Milano, nel gennaio del 1946, lo lasciò settantasettenne, nel novembre del ’73. Recensore di spettacoli teatrali, conduttore di interviste, estensore di ritratti di personalità illustri, specialista in “coccodrilli”, con centinaia di articoli commemorativi di personaggi appartenenti a campi diversissimi, fu anche inviato speciale negli Stati Uniti, in Libano, Siria, Grecia, Terrasanta, in Francia. E, a consacrarlo poeta di levatura internazionale, nel 1975, l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura. Ed è naturale che, inoltrandoci lungo il corso di una vita così intellettualmente intensa, ci si imbatta, qua e là, in aneddoti, curiosità, quadretti familiari e momenti particolari degni di essere ricordati,  perché a volte comici, altri  conditi  da leggera ironia, e votati per ciò ad una agevole lettura. Vale la pena portarli a conoscenza, per una curiosità che è diletto, ma anche  possibilità di “leggere” la cifra umana e professionale del personaggio oggetto dello studio. Quand’ero ragazzo – scrive Montale – villeggiare  voleva dire un viaggio di sei o sette ore, in diligenza o in treno omnibus, per coprire una distanza di pochi chilometri, da Genova alle Cinque Terre. Un lento treno locale fermava in tutte le stazioni e, dopo ore e ore di viaggio e di fumo, finalmente appariva la villa. Dalla casa, secondo una consuetudine sempre rispettata,  le persone di famiglia che erano state mandate avanti un paio di giorni prima, per metterla in ordine dopo la parentesi invernale, agitavano in segno di saluto degli asciugamani. Dal treno i viaggiatori rispondevano con un fazzoletto; era un vero e proprio segnale e in casa si affrettavano a mettere in pentola gli gnocchi di patate…

Dopo le elementari, Montale frequentò le scuole tecniche, in terza però fu respinto per le numerose assenze dovute alla salute cagionevole. Iscrittosi a Ragioneria, uscendone diplomato, non gradiva essere chiamato ragioniere; se sì, si arrabbiava di brutto. Nel 1915, Montale, cedendo alle insistenze dei familiari e degli amici, decise di prendere lezioni di canto dal maestro Ernesto Sivori;  era questi un ex baritonogià vecchio, piccolo, rattrappito sui tasti, venerabile e insieme ridicolo. Modulava le note con una boccuccia ad uovo di piccione e gorgheggiava come un usignolo centenario. Il giovane Montale un giorno confidò ad un amico:  Seguii  per mesi e mesi le lezioni del maestro, aspettando una parola di elogio e di approvazione, che però  non mi arrivò mai!… La guerra del 1915/18 vide Montale dichiarato due volte rivedibile; eccolo però poi volontario ed inviato a Parma a frequentare un corso per allievi ufficiali. Non si spiega però tale atteggiamento circa la sua partecipazione al conflitto che non corrispondeva con quanto andava dichiarando: Se fossi dovuto andare con la baionetta innestata contro il nemico, sarei morto subito perché non ero molto veloce nemmeno allora. Del resto non avevo nessun odio contro il nemico, e non potrei uccidere né un uomo, né un animale!.  Una volta tuttavia,  partecipando ad una vera azione di guerra,  quand’era in Vallarsa, fu comandato  di andare ad esplorare con i suoi soldati il fondovalle,  per verificare se era ancora occupato dal nemico. Trovatosi ad un tratto di fronte tre soldati austriaci, non ci fu bisogno di sparare; i tre si arresero infatti  senza esitazione. Nelle tasche, di uno  c’erano le poesie di Rilke.

Sui ricordi, pochi, della sua infanzia, dominava in Montale la figura di  Maria Bordigoni, una donna che per sessantacinque anni, tra i quindici e gli ottanta, era stata l’arbitro e la regolatrice della casa. Parlando di lei, il poeta così si esprimeva: Vecchia  fin dalla nascita, analfabeta, curva e barbuta da sempre, ma tenace custode della fortuna dei Montale; fu ancella fedele, depositaria e tutrice delle memorie familiari. Spesso però si prendeva egli il gusto, ingenuamente sadico, di punzecchiarla: Maria, cosa hai fatto con i soldati di Napoleone?  Erano passate infatti dalla Val di Levanto le truppe francesi, e lei , ancora di “primo pelo”, come avrebbe potuto difendersi? Si trincerava allora, la tapina, in una approssimata, quanto energica  difesa, negando tenacemente ogni possibile approccio con gli affamati invasori, ignorando, poiché  nessuno glielo avrebbe svelato,  che  lei era nata mezzo secolo dopo quel fatidico  passaggio.

Tanzi, Montale e Frankl.

Nelle redazioni dei più importanti quotidiani, si preparano, come si dice in gergo giornalistico, i “coccodrilli”,  cioè brevi biografie delle più illustri personalità, scritte con i verbi al passato, in modo da essere pubblicate nel caso di una morte improvvisa. Esisteva  negli archivi del giornale anche quello su Montale. Ebbene il poeta raccontò di averlo trovato in una busta e di esserselo portato a casa.  E’ un articolo molto gentile e  lusinghiero  nei miei confronti – disse – ma gli manca la dovuta lacrima, la corda della commozione. E aggiunse: Devo ricordarmi di restituirlo. Ma non lo fece mai. L’assunzione al Corriere, come “redattore ordinario”, avvenne  il 29 gennaio del 1948; l’indomani, Montale presentandosi in redazione  trovò il direttore nervoso  e preoccupato. Sul tavolo  c’era un flash d’agenzia con la notizia dell’assassinio di Gandhi, avvenuto a Nuova Delhi. A chi facciamo scrivere il pezzo?, chiese il direttore al suo vice. Entrambi si voltarono a guardare Montale, il quale imbarazzato e confuso si era come rattrappito in un angolo della stanza. Me le scriverebbe lei quattro o cinque cartelle su Gandhi?  tagliò corto il direttore. Montale rispose con un debolissimo “sì”, e qualche minuto dopo si trovò dinanzi a una macchina da scrivere. Era un dattilografo lentissimo, batteva i tasti  soltanto con l’indice della mano destra. Ma in un paio d’ore l’articolo fu pronto. Intitolato: “Missione interrotta”, brillante e incisivo,  iniziava così: La grande anima di Gandhi (questo è il significato etimologico della parola Mahatma) ha lasciato le sue spoglie terrene. L’apostolo della “non violenza” muore per effetto di un atto di violenza. Con lui, vecchio, ma non decrepito, per un uomo della sua razza e della sua tempra,  scompare una forza morale, che alle generazioni future potrà sembrare anacronistica e incomprensibile…

Winston Churchill, il 26 luglio del 1949, sbarca all’aeroporto di Orio al Serio, per un soggiorno a Gardone, sul lago  di Garda. La figlia Sarah, forse ne ha suggerito la località, indicandola come una specie di paradiso terrestre. Montale è già lì, ed eccolo descrivere la scena: l’ex Premier scende, quasi traboccando, dall’auto,  e il suo fisico appare quello  fascinoso di un grande fanciullo nordico. Alto, ma non altissimo, bianco come sono gli ex biondi, con due occhi meravigliosamente azzurri,  vestito di un Principe di Galles grigio-perla, cravatta azzurra a farfalla, il sigaro acceso, appare di ottimo umore, stringe infatti molte mani. Approfitto di un attimo di distrazione, mi avvicino e gli dico che ho tradotto parecchie puntate delle sue Memorie. “Sorry for you, poor boy”, commenta gentilmente, Churchill, ed io mi sento retrocesso di almeno trent’anni! Ossi di seppia fu la prima raccolta di poesie di Montale; il volume era di 100 pagine e costava 6 lire. Ne furono stampate 1000 copie e il poeta provvide alla spesa di stampa prenotandone  240.  Commendava: Mio padre si rifiutò di comperare la seconda edizione perché  costava troppo. La prima l’aveva proprio ignorata.

Oltre al canto, Montale aveva l’hobby della pittura. Fin dalla giovinezza aveva l’abitudine di fare caricature di amici o di riprodurre buffe immagini, ma anche pitture serie, affermando di dipingere per fare qualcosa di diverso, per distrarsi.  Diceva: Forse avrei dovuto fare il pittore!  D’estate, al Forte dei Marmi, in Versilia, si dilettava  a dipingere scene di mare, ma il vero suo studio, il suo atelier, chissà perché, era però il bagno di casa sua. Montale, Ungaretti e Quasimodo, in una foto sono accomunati dal buonumore, tutti e tre sorridono, ma è solo ad uso del fotografo. I tre infatti, se non proprio si odiavano,  certo non si volevano bene. Li dividevano antipatie  personali, gelosie di mestiere e rancori vari.  In privato ognuno si abbandonava a ironie e critiche nei confronti degli altri, che poi taluni “amici” riportavano, alimentando i pettegolezzi.  E però se Montale non ebbe mai simpatia per Ungaretti, di Quasimodo invece fu molto amico, anche se in seguito i loro rapporti si guastarono. Il 13 giugno del 1967, Montale fu nominato senatore, dal Presidente Saragat, per aver illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo letterario e artistico. In quanto alla sua posizione politica, il poeta amava definirsi  ‘indipendente di centro’.  Agli amici  confidava: A Palazzo Madama, non trovo mai un posto per appendere il cappotto. Sono il solo a non avere in mio nome sotto l’attaccapanni. Quel che è peggio è che non trovo mai un posto a sedere. Quelli di destra si siedono a destra, quelli della sinistra si siedono a sinistra. Siccome io sono del centro, non so mai dove andare, perché al centro c’è la porta. Così, il più delle volte, sguscio fuori e me ne vado per i fatti miei!.

Il 12 dicembre del 1975, Montale ricevette il premio Nobel per la letteratura. Nei giorni limpidi ma gelidi di Stoccolma, quando andò a ritirare il Premio, tenne all’Accademia di Svezia, un discorso ufficiale, di altissimo contenuto, sul tema: E’ ancora possibile la poesia? Fu un discorso abbastanza ironico e apocalittico, con parole su teorie inquietanti e paradossali,  secondo la sua abitudine. Tra le altre cose disse: Io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo!.

Montale, per la cospicua mole di raccolte di versi, oltre il Nobel,  ebbe premi e riconoscimenti vari, a testimonianza dei suoi meriti e della sua fama. Figurano tra le più prestigiose premiazioni il premio Marzotto, la Legion d’onore, una Laurea honoris causa, il Premio internazionale Feltrinelli; quest’ultimo corredato da  ben venti milioni di lire. Non investì però adeguatamente i soldi di tale premio e se li vide “polverizzare” dalla congiuntura.  Come ragioniere – commentò – non valgo proprio niente!  Ossi di seppia, Le occasioni, Finisterre, La bufera e altro, Accordi e pastelli, Auto da fé, Satura, Quaderno di traduzioni. Sillogi e liriche sparse, la cospicua produzione poetica di Montale, dai  titoli fantasiosamente originali,  con versi ispirati dalle tante donne della sua vita: la prima, Anna, figlia di un ammiraglio della riserva. Fu  lei per Montale  la “silenziosa interlocutrice” di tante liriche. Conversazioni, gite, profondo affetto. Niente altro? Morì a Roma, nubile, nel ’59, Anna. Scrivendo di lei, il poeta disse: Perdona Annetta, se dove tu sei, poco ti giunge il mio ricordo… ! A Esterina Rossi,  bellissima diciottenne, che si esibiva in splendidi tuffi, nella spiaggia di Quarto, sotto gli occhi affascinati degli astanti, il timido  Montale dedicò un Farsetto, uno di dei più celebri Ossi di seppia. Compagna e poi moglie del poeta, fu Drusilla Tanzi, da lui chiamata “Mosca”. Non ebbe molto spazio da viva,  nella poetica di Montale che infatti le dedicò una sola poesia. Dopo la morte, però divenne l’ombra più amata dal poeta che per lei compose decine di liriche. Anche due austriache, nella vita di Montale: Dora MarKus e Gerti Frankl Tolazzi, ispiratrici entrambe di strane sollecitazioni. A Irma Brandeis, giovane studiosa americana,  e  massima ispiratrice di Montale, il poeta dedicò la sua seconda raccolta Le occasioni. Ma molte liriche a lei dedicate sono presenti in altre raccolte. Aveva adottato per lei il nome “Cinzia”  e ne parlava come “ di una donna lontana tremila miglia”.  Nel 1938, Irma propose a Montale di emigrare  con lei negli USA,  ma il poeta rinunciò.

Biagio Iacono e Orazio Di Rosa

Ancora una donna, Maria Luisa Spaziani; con lei il poeta ebbe una lunghissima “consuetudine intellettuale e sentimentale”, tale da lasciare importanti tracce nella poesia montaliana.  Le scrisse quasi mille lettere; lui si faceva chiamare “orso”; lei era la “volpe” per la sua “falcata”.  My baby, bambina mia, my fox, … Poiché la vita fugge…E’ questa una delle ultime poesie composte da Montale.  

Il titolo riprende il primo verso.  Poiché la vita fugge/e chi tenta di ricacciarla indietro/rientra nel capitolo primigenio/dove potremo occultare, se tentiamo/ con rudimenti o peggio  di sopravvivere,/gli oggetti che ci parvero/non peritura parte di noi stessi? Fummo felici un giorno, un’ora, un attimo/e questo potrà essere distrutto?/C’è chi dice che tutto ricomincia/eguale come copia, ma non lo credo/neppure come augurio. L’hai creduto/anche tu? Non esiste a Cuma una sibilla/che lo sappia. E, se fosse, nessuno/sarebbe così sciocco da darle ascolto!.

 Eugenio Montale, “come una clessidra che s’è man mano svuotata” si spense a Milano,  il 12  settembre  del 1981; era nato a Genova il 12 ottobre del 1896. 

Orazio Di Rosa

NOTA BENE: Le foto sono tratte da Wikipedia e da Pinterest.

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