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“Pasqua ebraica e Pasqua cristiana” di Luigi Rigazzi

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“Pasqua ebraica e Pasqua cristiana” di Luigi Rigazzi

Pasqua ebraica e Pasqua cristiana

di Luigi Rigazzi

 Le origini

Due delle grandi religioni monoteiste festeggiano la Pasqua: l’ebraismo e il cristianesimo. Ma di certo l’ebraismo ha fatto sue alcune tradizioni esistenti prima della liberazione dall’Egitto. La pasqua, antica festa dei popoli nomadi, era celebrata anche dalle tribù di Israele, prima della schiavitù egiziana. Infatti, quando Mosè chiede al faraone di mandare a tre giorni di cammino nel deserto gli Israeliti, per sacrificare al loro Dio, forse si riferiva all’usanza, ormai dimenticata e caduta in disuso, di festeggiare la festa dell’equinozio di primavera, conosciuta da tutte le popolazioni nomadi della zona, che sacrificavano un agnello per ottenere la fecondità dei loro greggi.

Il testo descrive chiaramente: l’abbigliamento da viaggio (fianchi cinti, sandali ai piedi,  bastone in mano), i cibi di fortuna (erbe amare, pane non lievitato, cotto su lastre di pietra), il sacrificio XX dell’agnello, a cui non si spezzavano le gambe (perché doveva rinascere in futuro), come auspicio per la fecondità delle greggi, e il sangue cosparso sugli stipiti e architravi delle porte, come rito apotropaico.[1]

L’altra festa preesistente alla Pasqua e altrettanto discussa dalla critica storica delle fonti è la festa degli Azzimi (Mazzot),[2] festa dell’inizio del nuovo raccolto, in cui si consumavano tutte le vecchie provviste di frumento e farina, per non contaminare il nuovo raccolto. Le due feste prima erano distinte, ed è stata la tradizione sacerdotale (P) a collegarle, come si evince da Es 12,1-20,40-51; Lv 23,5-8; Nm 9,1-14; 28,16-25 e Dt 16,1-4. Come osserva Paolo De Benedetti,[3] nell’unificazione delle due feste (sacrificio dell’agnello e azzimi) si celebra la riconciliazione delle due linee (pastorizia, agricoltura), quella di Caino e quella di Abele tragicamente contrapposte con l’uccisione di Abele. Esse qui si riconciliano attorno alla mensa.

Le due feste sono assunte da Mosè e poste in rapporto a un grande avvenimento: Il passaggio del Signore, ricevendo così un significato religioso come festa della liberazione dalla schiavitù. Pasqua, in ebraico Pesach, passaggio,[1]indica il passare oltre le case degli ebrei da parte dello Sterminatore, risparmiando così i loro primogeniti, per colpire le case degli egiziani. Con l’istituzione della Pasqua inizia, possiamo dire, la storia del Popolo ebraico nel rapporto con il suo Dio. Dal testo apprendiamo che Dio comanda di far memoria di un evento che deve ancora accadere e vi  partecipa in prima persona: infatti il testo al capitolo 12,42 ci dice che Dio stesso quella notte vegliò e fece uscire i figli d’Israele dall’Egitto. E’ lui a comandare la celebrazione della Pasqua: “Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto: Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa [……].

Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come una festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne” (Es 12, 1,14). Il testo ebraico non parla mai di festa, ma dice: Quando un forestiero soggiornerà con te farà Pasqua per JHWH” (fare la pasqua = sacrificio) Es 12,48; Andate a procurarvi un capo di bestiame minuto per ogni vostra famiglia e immolate la pasqua (animale da sacrificio) Es 12,21; Voi direte loro: E’ il sacrificio della pasqua per il Signore, Es 12,27. Come abbiamo visto, non si parla mai di festa, che troveremo soltanto in Es 34,25: “Non sacrificherai con pane lievitato il sangue della festa di pasqua.

 Questo rito deve ripetersi e restare vivo nel ricordo di tutte le generazioni future, diventare memoriale[2] (in ebraico zikkaron), come recita il rituale della cena pasquale: In ogni generazione, ognuno deve considerare se stesso come se fosse stato lui a uscire dall’Egitto. Con questo, ogni ebreo fa memoria di quell’evento, cioè attualizza qualcosa di avvenuto in un tempo remoto, perché quello è stato il momento fondante della sua fede. Per Israele, la Pasqua non è soltanto una festa di commemorazione, ma sarà una notte di veglia in attesa del Signore: Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia  …SEGUE qui, sotto le note…

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[1] Pesach, termine ebraico; dall’equivalente aramaico pascha (così trascritto anche in greco e in latino) deriva l’italiano Pasqua. Nell’Antico Testamento è la prima delle tre feste di pellegrinaggio dell’anno liturgico ebraico. E’ considerata una festa di liberazione, in quanto celebra l’esodo degli ebrei dall’Egitto.[….]. Av.Vv.,Vademecum per il lettore della Bibbia,  Morcelliana, Brescia, 1996, p. 58.

[2] Memoriale, termine corrispondente all’ebraico zikkaron e designante non tanto la memoria di una persona o di un  evento passati, quanto la loro presenza efficace, realizzata mediante la tradizione, il racconto, la ripetizione rituale del gesto. Rientrano nella categoria del memoriale la cena pasquale ebraica e la cena eucaristica cristiana, ma più in generale tutto l’ebraismo e il cristianesimo hanno il loro centro nel continuo rinnovamento, attraverso il memoriale, dell’opera salvifica di Dio. Aa.Vv. Vademecum per il lettore della Bibbia, op. cit, p. 49.

Luigi Rigazzi

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