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Enzo Papa: Giovanni Grasso e il mancato miracolo di S. Corrado,

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Enzo Papa: Giovanni Grasso e il mancato miracolo di S. Corrado,

Giovanni Grasso e il mancato miracolo di S. Corrado

 di  Enzo Papa

      Enzo Papa

SIRACUSA – 9 Aprile 2020 – Giovanni Grasso senior, l’attore catanese prima amico e poi rivale di Angelo Musco, considerato il più grande attore tragico della sua epoca, morì nel 1930 all’età di 57 anni, ufficialmente di colpo apoplettico, ma non escluso un tumore alla gola. Figlio di un puparo, di quel famoso don Angelo che, esagerando a dismisura le eroiche imprese dei suoi paladini, si faceva ironicamente rimbrottare dal pubblico con la proverbiale “rossa, don Angelo!” (l’avete sparata grossa, don Angelo!), venne scoperto e valorizzato, come si sa, da Nino Martoglio che lo tolse dall’opera dei pupi e lo volle interprete in “La zolfara” di Giuseppe Giusti Sinopoli, data al Teatro Manzoni di Milano nel 1903. Da allora la fama di Grasso andò crescendo sempre più con la messa in scena di opere del teatro dialettale siciliano, di cui è ritenuto fondatore, date nei teatri italiani e di mezzo mondo, dalla Russia, all’Inghilterra, all’America del sud, raccogliendo ovunque successi sempre straripanti. Perfino D’Annunzio che aveva assistito alla rappresentazione de “La zolfara” e ne era rimasto fortemente impressionato, lo definì “uno strumento d’arte meraviglioso”, e si può dire che scrisse per lui “La figlia di Iorio”, tradotta poi in siciliano da G. A. Borgese.

        Giovanni Grasso

Era alto e robusto, istintivo e passionale, a volte focoso, gran fumatore di sigari toscani, con una voce calda e possente che sapeva far vibrare in mille sfumature, e che lo caratterizzava assieme alla sua straordinaria “vis tragica”. Ma gli ultimi anni della sua esistenza furono veramente infelici, i suoi nemici e rivali, tra cui anche gli amici della prima ora, non si contavano più, lo irridevano e lo accusavano di aver dato un’immagine rude, primitiva, sanguinaria e cruenta della Sicilia e dei siciliani: un luogo comune che con difficoltà si cercava di smontare e su cui si adoperava anche Nino Martoglio con le sue commedie. Grasso avrebbe voluto scrollarsi di dosso quella nomea, avrebbe voluto rinnovarsi e dimostrare le sue eccezionali qualità di artista senza più ricorrere a scene di violenza e di coltello, ma il destino lo costrinse all’inerzia colpendolo nella gola, proprio lì, nella parte più vitale dell’attore, la voce.

Qualche tempo prima di morire, già molto sofferente e quasi afasico, si era recato con alcuni amici, tra cui il poeta e drammaturgo Alessio Di Giovanni, al santuario di san Corrado, in quel di Noto, una dolce chiesetta di campagna che sembra delicatamente appoggiata al costone roccioso che racchiude la grotta dove visse e morì il santo anacoreta; un solitario eremo in una cava naturale non a caso chiamata “valle dei miracoli”, governato e amorevolmente curato da alcuni frati francescani.

           Noto: Eremo di S. Corrado fm.

Non appena il possente interprete di tanti tragici personaggi sentì il vecchio eremita che faceva da guida raccontare dei miracoli del santo e indicare i numerosi ex voto pendenti dalle pareti, testimonianza della santità e della sicura intercessione di san Corrado, dopo esser rimasto un bel po’ in silenzio, scoppiò a piangere e buttandosi in ginocchio davanti alla pala d’altare di Sebastiano Conca, fervorosamente e tra i singhiozzi, quasi afono, cominciò a pregare il santo perché gli facesse il miracolo, gli risanasse la gola e gli facesse ritornare quella voce caldamente rauca che tanto lo aveva aiutato nella sua carriera. I suoi occhi lucidi e mobilissimi rivelavano agli amici presenti il suo vivo e tragico dolore e destavano una commossa pietà. Balbettando e singhiozzando sforzandosi diceva: “V’a fazzu d’oru, v’a fazzu, v’a fazzu d’oru! E vegnu di Catania pi ‘nfina ccà; scausu cci vegnu, e v’a portu!”, riferendosi alla gola d’oro, all’ex voto che avrebbe voluto donare a san Corrado per grazia ricevuta.

San Corrado Confalonieri: copia del M° Franco Coppa dalla pala di Sebastiano Conca (1680-1764) all’Eremo Fuori le Mura di Noto.

Ma, purtroppo, il miracolo non avvenne. Grasso non tornò più nell’ eremo di Noto per portare il suo dono votivo al santo, come non tornò più sulle scene. Giuseppe Villaroel così lo ricorda poco tempo prima della sua morte, con questo rapido ed efficace ritratto in punta di penna: “ Grave e fiacco, trascinava le sue giornate seduto in uno dei più popolari caffè del suburbio, tra gente amara e raccogliticcia, tutto torbido e nuvoloso. Assorto nel suo squallido silenzio, aveva lo sguardo sbandato e malinconico dei tori trainati al macello”. Così pateticamente e miseramente si concluse la luminosa carriera del più grande attore del teatro siciliano.

Enzo Papa

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