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L’indagine appassionata sul “Male” di Armando Faraone.

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L’indagine appassionata sul “Male” di Armando Faraone.

 Pubblichiamo la PREFAZIONE dal libro di Armando Faraone:

Una indagine appassionata

sul Male e sul silenzio di Freud.

Il problema del Male e il tema della Morte,

sono al centro degli interessi di Armando Faraone.

Alla luminosità dei colori del Giorgione, ai toni caldi di Tiziano, Lorenzo Lotto predilesse di proposito colori freddi, atonali, persino striduli: era un ritrattista che non si soffermava nella descrizione minuziosa e indiscriminata, attento com’era a penetrare l’anima del soggetto. Tutto il resto veniva da lui accennato o semplicemente trascurato. Lotto intendeva raffigurare non l’immagine, ma la personalità, non il “fuori”, ma il “dentro”: era un ritrattista psicologico.

Venezia, 26 Dicembre 1956: grande mostra dedicata a Lorenzo Lotto a Palazzo Ducale. Attrazione della mostra, un’opera sconosciuta dell’artista veneto, Ritratto d’uomo visto per due lati (frontalmente e di profilo). Il riconoscimento, si leggeva nella stampa dell’epoca, era dovuto al restauro fatto dalla contessa Giuditta Terzan, studiosa e conoscitrice della tecnica del maestro veneziano. Il quadro, come rivelò un’inchiesta giudiziaria del 1975, era un falso. In realtà, la contessa Terzan, che trascorreva intere giornate in Accademia a Venezia, aveva dipinto il volto del figlio Alvise, perché voleva, affermò lei con voce ferma davanti ai giudici: “lasciare al mondo per sempre il ritratto dell’amatissimo figlio perduto”. Chi era Alvise Terzan? Quattro fotografie nella sua casa di Calle San Barnaba lo ritraevano dall’infanzia all’adolescenza. Nel suo volto la bontà e un indicibile dolcezza di Cherubino. Scoppiata la seconda guerra mondiale, nell’ultima fase del conflitto si era unito ad un corpo speciale della Repubblica di Salò, un reparto divenuto famoso per le sue crudeltà. La guerra aveva cambiato il cherubino in una “belva umana”, come veniva soprannominato. Finita la guerra, Alvise viveva nascosto nella casa della madre. I due uscivano dopo la mezzanotte; ma il 27 Luglio del 1947 il conte Terzan veniva assassinato in campo San Barnaba. Nel ritratto per due lati, la contessa  aveva ritratto il figlio nelle vesti di un capitano di ventura dal volto splendido di fiera bellezza.

Ho tratto questi fatti da un racconto fedelmente autobiografico di Gustaw Herling, che soggiornò qualche settimana nel 1946 nella casa della contessa, parzialmente requisita dagli alleati. Herling racconta che ebbe modo di osservare, non visto, “il volto duro, spietato con due tizzoni ardenti al posto degli occhi” del giovane conte, il cherubino della foto, al ritorno dalla guerra. Lo scrittore polacco così conclude: “All’autrice del falso era riuscito di dipingere due nobili, inflessibili, fascinosamente attraenti volti del male”.

Possiamo considerare la conclusione del racconto di Herling l’antefatto che ci introduce al tema di questo saggio. Quel volto d’angelo del conte Alvise, che nascondeva l’animo di uno spietato omicida, ci appartiene. Il male di cui siamo tutti capaci è in ciascuno di noi, quello stesso male che, nella sua forma più distruttiva esplode nella follia della guerra. Perché il male? È questa una delle domande che l’uomo da sempre si è posto e continua a porsi e che, se pur destinata a rimanere senza risposta, continua a sfidare il nostro pensiero che non cessa di indagare, col risultato di sollevare più dubbi che certezze. Una domanda tragicamente attuale, che il secolo XX ci ha consegnato e che ci interpella. Perché il male? Per specificare la tematica di questo saggio, diciamo subito che ci occuperemo di quella fenomenologia del male che attraversa la storia, del male storico appunto, di cui ciascuno di noi, anche se in forma minimale, ha fatto esperienza. Intendo dire della malvagità umana, di quella pulsione aggressiva, che nella sua forma più eclatante si manifesta nella furia assassina della guerra: il male storico assoluto.

Si rimane davvero sconcertati nel vedere con quale entusiasmo uomini dediti pacificamente alle occupazioni della vita civile, corrano ebbri di insana follia con il solo scopo di uccidere contro altre masse di uomini ugualmente invasati. Perché la guerra? Da dove si origina l’aggressività umana? Come può accadere che la ragione possa rivelarsi impotente ad arginare un fenomeno che chiaramente nuoce, in ultima analisi, agli stessi contendenti vinti o vincitori che siano? A meno di pensare che ci sia ancora qualcuno che osi sostenere che la guerra sia un salasso benefico e indispensabile al benessere dell’umanità, o utile a selezionare la razza migliore. Come può accadere, ci chiediamo ancora, che di fronte al dolore di tante esistenze spezzate, possano tacere ogni senso morale, ogni sentimento di pietà? Come può accadere che persone, veri esempi di garbo e gentilezza, in particolari circostanze, perdano ogni freno inibitorio? Questi interrogativi ci inducono ad ammettere che l’aggressività è presente dentro di noi e se nella sua forma più distruttiva si manifesta nella guerra, essa sottende a tanti dei nostri comportamenti. Nella quotidianità ciascuno ingaggia “conflitti” nel suo piccolo campo di battaglia, nell’ufficio, nella fabbrica, nella scuola, in famiglia, allo stadio, persino nella comunità religiosa di appartenenza, e così via, dove si consumano scontri, per fortuna incruenti, fatte salve rarissime eccezioni. Ebbene, in tutti questi casi ciò che muove l’agire dell’uomo è la volontà di prevalere sull’altro, cioè quella stessa motivazione che, quando si impossessa della volontà collettiva, diventa volontà di potenza, desiderio di dominio di un popolo sugli altri. E se, ancora oggi, si combattono in diverse parti del mondo tante guerre e rimane all’orizzonte il rischio di una guerra nucleare, vuol dire che, nonostante l’esperienza drammatica delle due guerre mondiali, la pulsione aggressiva domina i comportamenti umani, ancora più di prima, tant’è che si potrebbe sostenere che, paradossalmente, l’aggressività aumenti in maniera esponenziale in rapporto al progredire della civiltà.

Completa copertinaFaraone Male COP

Non ci consola la spiegazione idealistica che giustifica l’esistenza del male come posizione dialettica necessaria alla superiore affermazione del bene, che sottostà a tutte le concezioni storicistiche, perché non ci rassegneremo mai ad accettare la necessità storica dei genocidi che si sono perpetrati nei secoli dalla guerra di Troia fino ad Auschwitz e che ancora oggi insanguinano i paesi centroafricani. Non ci rassegneremo mai all’idea che l’uomo possa continuare a farsi del male, oggi che abbiamo raggiunto un livello di progresso inimmaginabile appena un secolo fa. Per questo non ci stancheremo di tentare di capire, perché mai l’uomo possa continuare a comportarsi come i suoi antichi antenati che combattevano per il controllo di una sorgente, per un pezzo di terra e penso allo sterminio degli indiani d’America. Tu, uomo del mio tempo, sei ancora quello della pietra e della fionda? Dobbiamo forse rassegnarci all’idea che la propensione all’aggressività sia un istinto connaturato alla natura umana? No! Abbiamo il dovere di credere che possiamo avere il dominio sul male. In questo compito non ci viene in soccorso la spiegazione del socialismo che individua nella disuguaglianza dei beni materiali la causa delle guerre, per il fatto che tanti conflitti sono stati combattuti per motivi di prestigio, per il potere; ne è prova la storia recente delle due guerre mondiali combattute non tra paesi ricchi contro paesi poveri, ma tra nazioni con il più alto standard di benessere. Ciò non toglie che l’idea socialista, che nella sua forma pura sarebbe la versione laica dell’evangelico dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati, ponga l’accento su un fattore non trascurabile dell’odio tra i popoli e certamente, fino a quando nel mondo ci saranno milioni di persone che per l’indigenza più assoluta muoiono letteralmente di fame e che potrebbero essere sfamati col superfluo sperperato dai paesi ricchi, non si eliminerà la causa di tanti conflitti.

              ARMANDO FARAONE

Mi sembra di potere dire, allora, che né le argomentazioni razionali, né le spiegazioni economiche, né l’etologia comparata, riescano a dare una risposta all’origine del male storico. Queste spiegazioni affrontano il problema sulla base dell’analisi dei comportamenti manifesti e si lasciano sfuggire le motivazioni squisitamente psicologiche che li muovono. Se la ragione che irrefutabilmente ci convince che odiare, senza motivo o per pregiudizio, il proprio simile, si è dimostrata incapace di addomesticare le pulsioni aggressive, c’è da presumere che ad esse sottostiano potenti forze inconsce, di cui dobbiamo tenere conto. Einstein, che non riusciva a farsi una ragione dell’odio che divide gli uomini anche in tempo di pace, si rivolse per lettera a Freud, per capirne il motivo. Anche noi con la stessa domanda del celebre fisico in serbo e con la medesima aspettativa abbiamo interpellato il fondatore della psicoanalisi che, propriamente dall’emergere del problema dell’aggressività, fu costretto a rivedere l’intera teoria degli istinti. Da qui questo saggio che ha l’ambizione, attraverso una lettura critica della psicoanalisi freudiana, di suggerire un’ipotetica linea di interpretazione del tema in oggetto, alla quale comunque non sarei potuto pervenire senza il presupposto della scoperta dell’inconscio ossia, del principio centrale della stessa psicoanalisi. A margine delle pagine dedicate a Freud, che costituiscono la pars maior del saggio, ho rivolto la mia attenzione all’etologo Konrad Lorenz, al sociologo-psicanalista Erich Fromm e allo scrittore Elias Canetti, le cui riflessioni sull’origine del male orbitano all’interno del pensiero freudiano che, visto nell’ottica delle problematiche da cui è sorto il presente lavoro, credo, possa suscitare l’interesse anche di chi ha frequentato i testi della psicoanalisi.

Ho ritenuto più confacente alla natura del problema esaminato partire dal piano empirico delle esperienze psicologiche che accomunano gli uomini, per risalire ad un’ipotetica visione generale, diversamente, in buona sostanza, dalla via classica della filosofia, che, definiti i presupposti metafisici, trae tutte le inferenze che attengono ai casi particolari, nel nostro caso, alla malvagità umana, fermo restando che il punto d’arrivo, ultimo del processo logico induttivo, rimane il primo in ordine metafisico.  Il problema del male e il tema della morte, sono stati  sempre al centro dei miei interessi, tracce delle problematiche del presente saggio sono d’altronde presenti nelle mia autobiografia e nelle opere di narrativa, così come nel saggio letterario. L’importanza  attribuita ai fattori soggettivi non può significare che indulga a soluzioni di tipo psicologistico, l’approdo al fondamento ontologico dell’empiricità fenomenica, guadagnato tramite la teoresi di Vincenzo La Via e l’ontologia metafisica di Carmelo Vigna, dovrebbe di fatto  sgombrare il terreno da ogni eventuale fraintendimento.   

  Armando Faraone 

  1. Sebastiano Monello “Nuzzo” says:

    Semmai vi fosse un motivo razionale per la vita, forse potremmo trovare le ragioni del male e della morte, o ancora più semplicemente abbracciare il bene della vita che è esente dell’odio.

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