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Leggendo “Ciuri ri ficupala”

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Leggendo “Ciuri ri ficupala”

Leggendo “Ciuri ri ficupala” di  Ignazia Iemmolo Portelli.

La poesia di Ignazia Iemmolo Portelli non è  un giuoco di parole, un’alchimia sistemico-razionale, ma l’espressione delle sue radici umane e culturali, del suo cuore che diventa “parola”, la trasfigurazione di un sentimento che si fa “storia”, poiché dalla storia parte e alla storia ritorna.

 di Domenico Pisana[1]

ciuri ri ficupala di Ignazia Iemmolo “A che serve passare dei giorni se non si ricordano?”  Queste parole di  Cesare Pavese mi sono passate per la mente durante la lettura della raccolta di Ignazia Iemmolo Portelli “Ciuri ri ficupala”, opera che va ad aggiungersi alla corposa produzione letteraria dell’autrice rosolinese e che rappresenta un altro momento significativo della sua ricca e poliedrica personalità. Credo che la poesia dialettale non sia per l’Autrice  il semplice e mero  recupero dell’uso di una lingua, ma quasi la rivisitazione memoriale “dell’età che ama”, per usare le parole di Montale, cioè  di quel mondo reale, amato e  lasciato alle spalle e che il ricordo   traduce  in codice poetico; di quel mondo che è in se stesso icona di una civiltà ricca di affetti e di valori. Del resto, come ben diceva anche Umberto Saba nel suo saggio Quel che resta da fare ai poeti, la poesia dialettale, per sua stessa conformazione di contenuto e di espressione, non può essere che vera, cioè reale,  aderente alla realtà in cui essa sboccia. E quella di Ignazia Iemmolo Portelli  è una poesia che  racconta fatti, è una poesia di storia, è una poesia di emozioni che vivono e che si prendono dalla realtà, è una poesia spesso di piccole cose locali, di avvenimenti circoscritti, di confidenze e di  situazioni che  oscillano all’interno di un rapporto tra storia e memoria.

La poesia racchiusa in questo volume è sicuramente, come  in generale la poesia dialettale italiana  dell’Ottocento e del ‘900,  squisitamente narrativa, colorata, realistica e sentimentale, quasi naturalistica. E’, a tratti, persino dolcemente goldoniana, con quei suoi umori satirici, malinconici, ben impastati di ironia e di autoironia. Il corpus poetico poggia su tematiche che  oscillano dentro lo scenario della vita quotidiana contrassegnata dalle stagioni e dai paesaggi, dagli affetti, dalla raffigurazione di personaggi, dalla dimensione del focolare domestico. Il rapporto tra bellezza e oscurità, tra bene e male, tra vita e morte  trova corpo nella lirica “A vita”, ove la poetessa ricorre a dinamiche analogiche (ramuzza – pampineddha  virdi) per disegnare il senso del cammino umano baciato ora dal sole, ora dal sogno e dalle favole, ora dalla violenza ora dall’abbraccio dell’Eterno. Una bella metafora che trova il suo dispiegamento nella descrizione di momenti strutturali alla vita umana, quali il fidanzamento e il senso genitoriale. E così notiamo che nella poesia A ma zzita la poetessa descrive il contrasto tra la ricerca affettiva che nella cultura patriarcale era mortificata da esigenze contrattuali e maritali (… ma a cui a cuntati, a mmia nun mi piaciti /  pirchì a Sariddha u ma cori resi…) e la scelta, invece, poggiata sul sentimento di un amore sincero ed autentico:

…Sariddha è manza e beddha quantu o suli

è cina i razia e aruci comu o meli

ra sa uccuzza sempri rosi e  ciuri…

Lo stesso scontro analogico  si avverte nella poesia Quannu u patri cuntava, ove la memoria della poetessa si affaccia su ricordi che misurano gli estremi di processi educativi caratterizzati, come nel passato, da forte  autoritarismo(O pigghia no gghistuni mienzu pani / rissi u ma patri cuntannu na passata / e viriennu ca iu rristava ddhani / mi va vutau na gran timpulata.), e forme relazionali familiari contemporanee ove sembra essersi volatilizzato il senso dell’autorità genitoriale. C’è, pertanto, in questo versante della silloge una “poetica del focolare” che ha il sapore delle cose antiche, come del resto si evince anche dalla poesia Casuzza mia , che si muove nella prospettiva di pensiero del grande  Giuseppe Pitrè,  il quale proprio con riferimento alla casa descriveva l’ethos della sapienza popolare: “Casa mia, casa mia per piccina che tu sia, tu mi sembri una badia”. La casa che la Iemmolo Portelli canta nei suoi versi è rievocata come simbolo dell’unità, come centro di vita in tutte le sue espressioni belle e tristi:

Na ddha casuzza piccila e scurusa

comu na cozza i nuci, ciaurusa

re favi ca na pignata i crita

‘ssittata no cufuni comu zita,

ciarmuliaunu

pienzu a ma matri na ‘n cantiddhu, pica pica,

mentri puntiava  e niautri ni sciarriaumu

ppi ‘n uossu i chirricuopu, ‘n filu i sita

o ppi bruciari u mussu a taddharica…

_DSC0066Il secondo versante tematico della silloge si muove nella direzione di una rievocazione poetica di figure tipiche, che vengono descritte con tonalità che sanno dare calore e sapore ai sentimenti umani e ai ricordi memoriali. Ddhon Custantinu e Patremmichela, Ddhon Pippinu,  a nanna Carmela, a nanna Zzuddha, u nutaru La Ciura, Francesca, u scarparieddhu sono figure che la Iemmolo Portelli trasporta sulla pagina con una versificazione agile ed efficace, che sa entrare nell’animo umano dei suoi personaggi e trasmettere messaggi di valore universale.

La poesia Ddhon Pippinu, ad esempio, si offre al lettore come  un quadretto lirico-pittorico ove spicca la figura di un personaggio reale che si staglia nello scenario di Cava d’Ispica come emblema e custode di una civiltà.  La poetessa  coglie l’anziano nelle sue dimensioni umane ed affettive, sempre seduto lì , sul muro a secco, a raccontare la sua vita, le sue gioie e i suoi dolori e a rievocare “quannu, na ddha cava,/ sautava/ alligghiatu e cuntenti/ comu ‘gn iattu”; il verso, poi, si arricchisce di particolari che esaltano le  qualità dell’anziano conoscitore del posto, pronto  a fare  da informatore e sentinella per passanti e turisti: “Ri ddha cava sapìa ogni purtusu/ e ogni macciteddha ca spuntava/ sapìa i nira e u puostu ciù ummirusu/ unni no filinona, iddhu, carusu,/supra l’eriva frisca arripusava”.

Cariche di semplicità e di afflato lirico sono anche  le poesie dedicate a nonna Carmela e nonna Ignazia, ove  i versi ritraggono due figure che portano il peso dei loro anni e che rappresentano un mondo ormai scomparso. L’atmosfera che i testi riproducono è quella della famiglia patriarcale fondata sulla reciprocità, sulla semplicità dei sentimenti, sulla povertà dei mezzi, sul senso religioso, sull’aiuto domestico, creando un impatto dirompente rispetto ai mutamenti epocali: “…a nanna filava o tissìa./ Tissìa macari o llustru ra cannila/ e u cannavazzu ci parìa era tila;/ cuntava u nannu mmunnànnu furmientu/ re filazzi ra porta trasìa u vientu./ Scurrìa rrusariu, u nannu, e priava/ na carruzzeddha, addhievu,accappuzziava”.

Questa raccolta  di Ignazia Iemmolo Portelli è dunque una finestra che si affaccia sulla quotidianità, sulle cose semplici e che  sa entrare nell’interiorità delle persone e dei fatti colti appunto nel loro realismo e nella loro concretezza. E  quando la poesia tocca “la quotidianità” non significa che perde  di valore poetico e di letterarietà, perché la poesia è in fondo la traduzione della vita in versi, se è vero che  la grande letteratura ce ne ha offerto una lunga testimonianza:  Omero che nell’Odissea indugia a lungo sul cane Argo, sulla sua fedeltà a Ulisse;  Dante che nella Vita Nova , dopo aver ascoltato la voce di Beatrice, racconta di essersi andato a rifugiare nella sua stanza per pensare a lei; Petrarca che nel suo Canzoniere parla addirittura alla sua “cameretta” che è stata per lui un “porto” di pace e che poi diventa testimone delle sue sofferenze; Pascoli che nelle sue Myricae  parla della “gialla polenta”;  Giovanni Raboni che dedica una poesia all’uovo; Giovanni Giudici che scrive una poesia sulla moneta; Montale che dedica dei versi ad un calzolaio.  Ed anche la nostra Autrice dedica, in questa sua raccolta, una poesia alla figura del calzolaio che inchioda suole e scarpe e mette punte e tozzetti negli scarponi.

Altri temi scorrono lungo i versi di Ignazia Iemmolo Portelli, temi che affrontano la problematica dell’emigrazione, le situazioni di  ricchezza e di povertà, il ruolo dei più poveri nelle dinamiche dei processi storici.  Ma le poesie della raccolta non mancano di innalzarsi dal livello descrittivo e narrativo a quello più lirico, come , ad esempio, avviene nei testi poetici  A maccia a carrua, E ssientu ancora, Sittiemmuru. Qui il verso guadagna in liricità, si arricchisce di toni elegiaci e si essenzializza in una geometria di immagini che elevano la versificazione e la proiettano in orizzonti di maggiore efficacia poetica. La poetessa umanizza il carrubo, lo carica di sentimenti umani, e riveste di afflati emozionali momenti e ricordi che si affollano nella sua memoria e che ora rivedono  “I muli pacinziusi, nall’aria,  ca pisaunu e i furmiculi ‘n fila ca carriaunu; ora sentono “u ciauru i ddhi rrobbi/ stisi na satareddha o cantu o ciumi /ca gghiugnu anniava i suli..”; ora  contemplano la luna “ rruffiana”  che  “ti pitta ‘n cielu ca ti fa ‘ncantari,/ ciama i stiddhuzzi a farici curuna/ e canta ‘n viersu  ca ti fa sunnari.”. Ciò che rimane di  questa silloge poetica è il sapore e il calore di una humanitas che si fa bellezza e che raggomitola storie di affetti e di paesaggi; ciò che piace è il felice punto di incontro tra l’anima dell’Autrice e il suo bisogno di dare voce alle persone, alle cose e ai luoghi che il tempo non ha cancellato dalla sua memoria. L’esperienza umana e culturale di Ignazia Iemmolo Portelli approda alla poesia con senso civile ed etico; i suoi versi pur connotandosi come elaborazione diegetica di un mondo rivisitato con l’occhio antropologico e il cuore della nostalgia, sono immediati, agili e capaci di affabulare.

Certo, la resa poetica  si muove a vari livelli; a volte  prende il sopravvento il dato narratologico e descrittivo, altre volte quello memoriale, in altri casi si impone un lirismo più tenue e carico di trasfigurazioni ed estasi. In ogni caso è certo che la poetessa  non corre dietro  a ricercatezze stilistiche, a particolari costrutti metaforici e sintattici, a preziosismi  filologici della parola né a significati metalinguistici del divenire lirico; il poetare di  Ignazia Iemmolo Portelli  nasce quasi in “presa diretta” dalle esperienze vissute nel passato e dal bisogno di canalizzarle  sulla pagina  mediante un intreccio lirico di confessioni autobiografiche e di oggettive descrizioni ottenute attraverso il ricorso a immagini plasticamente concrete e di una chiara ed incancellabile luminosità.

Leggendo i versi di questa raccolta poetica, si ha la sensazione di   camminare nell’alveo  di radici che stanno immerse nella terra. Se un albero è quel certo albero è perché è cresciuto da specifiche  radici;  la poetessa offre ai suoi lettori questo genere di poesie perché in esse c’è la sua esistenza, in essa coesistono  le radici della sua tradizione culturale, umana, sociale, morale, civile e religiosa. Da qui l’insegnamento di questo volumetto: noi siamo quel che ricordiamo, la nostra identità finisce ineluttabilmente per essere determinata dalle nostre radici, cioè dalla tradizione cui apparteniamo.

Dunque la poesia di Ignazia Iemmolo Portelli non è  un giuoco di parole, un’alchimia sistemico-razionale, ma l’espressione delle sue radici umane e culturali, del suo cuore che diventa “parola”, la trasfigurazione di un sentimento che si fa “storia”, poiché dalla storia parte e alla storia ritorna. Il suo percorso poetico si snoda come un “diario” nel quale – direbbe Ungaretti – “l’esperienza individuale diventa verità universale in cui tutti possono riconoscersi”. Un diario ove  il cuore della poetessa  “parla a sé di sé” e , così facendo, parla anche agli altri, a coloro i quali la sua voce arriva come canto del nostos, cioè del ritorno, in senso metaforico, nella terra e nell’anima  delle sue origini, al fine di rivisitarla, recuperarla ed esaltarla nelle sue connotazioni valoriali all’interno di un  rapporto tra io poetante, storia e divenire della sua stessa esistenza.

                                                             Domenico Pisana

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TESTIMONIANZE:
…… Le sue liriche hanno un vigore non comune ed una capacità concentrativa  pregevole, per cui  la sua vena poetica si arricchisce di intensità espressiva e di luminosità interiore.   ( Arturo Messina  in l’Aretuseo, Siracusa marzo 1969)

…  Della nostra interiorità, di questo mondo impenetrabile Ignazia Iemmolo è il grimaldello esplicativo, il segno della mediazione, si fa voce collettiva ….. (Corrado Calvo da Delirio a U diluviu. Il cammino di una poetessa , in Corriere Elorino,1/15 febbraio 1990)

….. La poetessa intinge la penna nell’inchiostro dell’affettività e della speranza additando quei valori che in questa società più attenta all’avere che all’essere, all’utile che al bene sembra che stiano per scomparire  (Carmelo Tuccitto ,in “Cammino” Siracusa 14 febbraio 1993)

….Poetessa dotata di un animo grande, sensibile ed appassionato, riesce con i suoi versi lucidi, mirati ed essenziali a realizzare liriche che raggiungono il lettore con immediatezza. Servendosi di immagini tratte dalla vita quotidiana si innalza man mano sino ad occuparsi dei grandi temi che angustiano da sempre l’umanità … (Bruno Zinco, nella motivazione dell’assegnazione del premio “ I delfini d’argento, Napoli 25 aprile 1996)

….. Dalla memoria ritornano, evocati dalla poesia personaggi ed emozioni di un passato che il cuore custodisce ancora gelosamente, in una realtà che non riesce più a sentire le ragioni del cuore  ( Rosa Grazia Cascio, in Miscellanea, periodico di arte cultura e problemi sociali, Salerno , maggio-giugno 1996 )

…… Raro esempio di libro piacevole che mette in risalto tutte le capacità poetiche intrise di colori,sapori, vite,passioni della sua Sicilia della quale canta con melodie affascinanti la stessa anima di questa Isola che così viene ampiamente riscattata. Compendiano questo giudizio le parole scritte nella presentazione da Salvatore Spatola:” C’è tanta umanità, tanta saggezza, tanta vita in queste poesie che è difficile trovarne così vere, partecipi e partecipate”. (Pietro Seddio in “Il convivio “ Luglio-Settembre 2011)

…. Il tuo libro di poesie mi ha regalato gioia e commozione ……. Rendere eterno il tempo fuggevole , e nella forma della bellezza , che ricrea anche le antiche emozioni, e non solo fatti , cose e persone ; questo è il potere  misterioso e dolce delle tue pagine. Poi c’è in esse, dappertutto, il bene infinito di uno sguardo  d’amore , nutrito dalla speranza , e pungolato da una certa impazienza per le brutture di questo mondo ; uno sguardo che ti rende leggero il canto dei colori e dei profumi della ( nostra) terra “.  ( Prof. Carmelo Vigna- docente dell’Università degli studi di Venezia)

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[1] DOMENICO PISANA, teologo morale, poeta, scrittore e critico letterario, vive ed opera a Modica. Ha conseguito a Roma  il Dottorato in Teologia Morale presso l’Accademia Alfonsiana della Pontificia Università Lateranense. E’ il fondatore e il Presidente del Caffè Letterario “S.Quasimodo” di Modica. Piuttosto consistente la sua produzione. Ha pubblicato con editori di caratura nazionale ed europea, come la San Paolo, la SEI, la Albalibri di Livorno, le Edizioni del Rinnovamento, la Inumea di Bucarest, la San Pablo di Bogotà , la casa editrice polacca 4 KP di Varsavia, ma anche con medie e piccole case editrici. Ha pubblicato: 6 volumi di poesie, 6 libri di critica letteraria; 11 testi di carattere teologico ed etico, tra i quali spiccano L’etica della famiglia siciliana tra passato e presente; 3 volumi di carattere storico-politico; ha curato 14  libri di Didattica  dell’insegnamento della religione, a seguito dell’incarico ricevuto dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nel triennio 2009 – 2012. Sue opere teologiche e letterarie  sono state tradotte integralmente in polacco, spagnolo e rumeno, fra cui il testo Sulla tua parola getterò le reti ( in polacco e spagnolo)e il saggio su Quasimodo “Quel nobel venuto dal Sud. Salvatore Quasimodo tra gloria ed oblio, tradotto in rumeno e presentato al Salone del Libro di Bucarest il 25 novembre del 2011. Nel 2006 ha ricevuto dall’Amministrazione Comunale di Modica la Medaglia d’oro del “Premio alla Modicanità”.

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